Poche note da parte di un senese che ha assistito a oltre cento Palii, giornalista che ne ha fatto la cronaca per più di vent’anni e contradaiolo che conosce le cose di dentro. E non ne può più dell’andazzo autolesionista che farà fare al Palio la fine di MPS.

 

Tra odiatori seriali, contradaioli accecati, colleghi che hanno capito poco o nulla e tanta gente che, incolpevolmente non essendo senese, non si raccapezza su quanto visto ieri, e non solo ieri, in Piazza del Campo, mi sento di dire anch’io due paroline semplici sul Palio. Dalla triplice posizione di chi, come senese, ha assistito a oltre un centinaio di Palii, di chi, come giornalista, ne ha fatto la cronaca per vent’anni e scritto molti articoli e di chi, come contradaiolo, conosce bene tutto dal di dentro.

Cominciamo facendo presente che il Palio non è qualcosa di immobile come sembra, ma si evolve in continuazione, sebbene con lentezza. In ciò sta la sua tradizione. Si evolvono le regole, i contradaioli, i cavalli, i fantini e il modo stesso di sentire il Palio.

Ciò a cui stiamo assistendo è però l’estremo esito di una deriva in corso da tempo, le cui ragioni sociologiche sono troppo profonde per essere spiegate qui. Diciamo, in estrema sintesi, che nei decenni è mutata sia la sensibilità dei cittadini, sia la struttura della società senese e di quella strettamente paliesca. Vincere si è sempre voluto vincere, secondo l’aureo postulato che il Palio non è una gara sportiva, ma (e in ciò sta il suo fascino) una sporca guerra basata su scaltrezza, destrezza, fortuna e in gran parte su norme etiche non scritte. Variando pian piano le quali e i limiti di applicazione delle stesse, però, varia anche la festa. Che, ricordiamolo, non include solo la corsa in sè, come invece gran parte dell’opinione pubblica pensa.

Il Palio è, o meglio era, della città, ossia dei suoi cittadini e delle sue contrade, chiamate a gestirlo in una continuità secolare sotto l’egida del Comune, il quale a sua volta rappresenta i cittadini, in una sorta di circuito chiuso e autotutelante. Su di esso dominano, come detto, tre elementi: la forza e la scaltrezza delle contrade nel perseguire la vittoria (o la sconfitta della rivale, spesso anche più importante) e il fato, il destino, impersonificato dal cavallo, che non a caso è “avuto in sorte“. Su di esso monta un fantino, un prezzolato o, secondo i punti di vista, un professionista il quale, in quanto tale, non guarda in faccia a nessuno e mira in primis al proprio tornaconto. Dalla miscela di questi tre fattori nascono le vittorie e le sconfitte nell’ambito di una tradizione il cui supremo fine e interesse è perpetuarsi.

Da corsari spregiudicati, però, col tempo e le mutate condizioni sociali i fantini sono piano piano diventati imprenditori. Di se stessi prima e allevatori di cavalli poi. Gli stessi che, sempre di più rispetto a quelli presentati da “semplici” allevatori, vengono sottoposti alla scelta dei capitani per essere assegnati a sorte alle contrade e quindi correre in piazza. Oggi può quindi succedere, ad anzi succede spessissimo, che un fantino venga scelto per montare un proprio cavallo, o conosca alla perfezione pregi e difetti di quelli montati dagli altri. Il che dà adito da un lato a una situazione di palese conflitto di interessi e dall’altro conferisce a lui e alla sua contrada un notevole vantaggio competitivo. Ciò ha dilatato enormemente il potere contrattuale dei fantini rispetto alle contrade, di fatto rovesciando i rapporti di forza: sono le seconde a dover “corteggiare” i primi, in vista dell’eventualità che la sorte assegni loro un buon cavallo, magari proprio di proprietà di un fantino. A ciò si aggiunge che non ci sono le sorprese e che, ovviamente, tutti i cavalli proposti per la tratta sono già conosciuti, seguiti in vari palii e corse regolari in tutta Italia dagli addetti ai lavori palieschi.

Poi c’è la gerarchia tra i fantini, fra i quali qualcuno più bravo, o scafato, o intraprendente diventa manager degli altri, o comunque assume la posizione di chi può smistare scelte, ingaggi e incarichi. Il che fatalmente si riversa non solo sulle strategie preventive alla corsa, ma sul suo svolgimento, dove le gerarchie si tramutano in ordini, accordi, manovre e “partiti” (ossia accordi) tra fantini, spesso più influenti di quelli tradizionali stretti tra le contrade, che del sistema (e dal desiderio di vincere a tutti i costi) da padrone sono a poco a poco diventate prigioniere.

Qui si arriva al primo step dell’involuzione in atto, perchè spetta proprio ai capitani delle contrade non solo scegliere, come detto, i cavalli (frequentamente, per i motivi noti, individuati più in base al proprietario-fantino che all’effettivo valore del quadrupede, ma sempre facendo in modo da lasciare a tutti qualche speranza o quasi), ma proporre al Comune il nome del mossiere. La cui scelta formale spetta sì alla Giunta, ma su cui è ovvio che il peso e l’orientamento dei capitani è enorme.

Ora, regolamento del Palio alla mano, il mossiere è “il giudice unico e inappellabile della validità della mossa“. Ciò vuol dire che, al di là di tutte le manfrine che fantini e contrade possano mettere in atto al momento decisivo della partenza, spetta a lui e solo a lui stabilire se la mossa sia buona o meno. L’ordine di partenza è segreto e il mossiere stesso ne viene a conoscenza solo pochi attimi prima. Il suo è dunque un potere puro. Alla fine dipende quindi da lui e solo da lui se, a causa dell’impossibilità di avere il corretto schieramento e il rispetto delle norme fondamentali sulla mossa (incluso l’eventuale ricorso, in certi casi, alla seconda e alla terza busta con diversi ordini di partenza), la corsa tarda a partire. Al punto (non sarebbe certo il primo caso della storia) di dover rimandare al giorno dopo per sopraggiunta oscurità. Sta a lui valutare quando sussistano le condizioni giuste o almeno accettabili per tirare la leva. Tra queste, la principale è che il cavallo della rincorsa, cioè la decima contrada nello schieramento, sia partito e abbia almeno messo la testa tra i due canapi (dico così per semplificare senza entrare nel gergo).

Sia chiaro: la storia è piena di mosse poco valide, meno valide, dubbie e false, frutto della decisione inappellabile del mossiere di darle per buone. Diciamo che entro certi limiti ciò fa parte del gioco e va accettato, perchè il Palio non è una scienza esatta (anzi).

Ma – ed eccoci all’acqua – se, come ieri, o a luglio scorso e in tante, troppe precedenti occasioni il mossiere non solo battezza come buona una mossa palesemente invalida, ma consente che un fantino, peraltro quasi sempre il solito, sebbene non di rincorsa, dia egli stesso lo start o metta in atto le solite schermaglie, comandando a bacchetta le mosse dei colleghi, in barba a tutte le regole base del Palio, compresa quella fondamentale che determina ruolo e funzione della rincorsa stessa (vedi foto), tutto esce falsato e il sistema implode in un’autolesionistica ipocrisia collettiva.

Implode, perchè un mossiere che sbaglia ci può stare, ma uno che sbaglia sempre e allo stesso modo, favorendo sempre una certa manovra e ciononostante viene confermato, o è un cretino (e Bircolotti certamente non lo è, ma se lo fosse perchè sceglierlo e confermarlo?), o non ha capito (idem), o ha ricevuto precise indicazioni (da chi?) in quel senso. Oppure è colluso col beneficiario.

Purtroppo però siamo al punto in cui nemmeno serve un risposta a queste domande, perchè a nominare e a confermare il mossiere sono appunto gli stessi capitani delle contrade-ostaggio, che miopemente obbediscono da anni alla regola suicida dell’oggi a te e domani (speriamo) a me. Si svuota così il senso del confronto. Si annulla il potere della sorte. Si rivede un film già visto e perciò noiosissimo. Si azzera il senso del Palio.

Il Palio, la sua intima cultura, la sua dignità e la sua secolare tradizione sembrano somigliare sempre più a MPS, l’altrettanto secolare (ex) banca senese: c’è un avvitamento in corso dal quale, nonostante i mille scricchiolii di avvertimento e i palesi segnali di allarme, ci si ostina a non uscire e al quale non si vogliono trovare rimedi. I contradaioli affidano le contrade a condottieri che magari vincono la corsa, ma finiranno per rompere il giocattolo. Dall’apparente vantaggio di tutti alla rovina collettiva, con quelli che oggi si lamentano della mossa falsata ma ieri vincevano e allora dicevano che andava tutto bene. E certamente sperano di rivincere beneficiando di un’altra futura mossa falsa.

Come sul Titanic, l’orchestra dei capitani suona mentre la nave-Palio affonda e il mossiere-Schettino lascia tutti a bagno per scappare sul canotto delle contrade.

E i senesi, che assistono a tutto questo da riva, o per la distanza vedono poco di ciò che succede, oppure vorrebbero intervenire ma non possoso, oppure non riescono. Ma se non si sbrigano a fare qualcosa, il naufragio si compie.