colpi d ascia

La vita, la professione e il mondo offrono quotidianamente ottimi motivi per arrabbiarsi. Qui una silloge di commenti sparsi: a base di vetro e sabbia, s’intende

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ALESSANDRA MONETI

È mancata improvvisamente Alessandra Moneti, stimata collega dell’ANSA. In rete si moltiplicano le manifestazioni di cordoglio, alle quali mi unisco.

Ma non basta. Ci sono lo sconcerto, lo smarrimento e i rimpianti. L’incredulità. Le riflessioni. E quella sottile malinconia che coglie chi ha condiviso una medesima trincea non solo sul fronte della cronaca, ma di quella, più ostica e meno comprensibile e compresa, di certi settori un po’ negletti, come quello agricolo e dintorni.

Non c’è molto da aggiungere. C’è solo molta tristezza.

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L’ASSORDANTE ROMBO DEL SIPARIO

Alla Dormula Uno infarcita di elettronica, burocrazia, codicilli regolamentari e svenevolezze cautelari bastano due gocce per andare in tilt e mostrare il vero volto, involontariamente comico, di quella che dovrebbe essere il top degli sport. motoristici: un circo dedicato allo spettacolo televisivo e alimentato dal turbomarketing. Piste a latitudini improbabili e gare in date meteorologicame improbabili, calendario spalmato su stagioni improbabili tanto per moltiplicare gli eventi e drogato (sempre per le ragioni dette sopra) dall’invenzione delle sprint che, di fatto, quasi raddoppiano il numero dei gp in una sola stagione, regole improbabili che ingessano tutto e trasformano le corse in esercizi per ragionieri, ingegneri e farmacisti.

Se ne accorge perfino il sempre eccitato Vanzini che, incredibile, non sapendo più che dire per intrattenere i pochi telespettatori ancora svegli, invoca il ritorno anticipato alla vecchia, cara benzina atteso nel 2030. Quando, probabilmente, questo sport sarà già finito come tale e inserito nella categoria del wrestling, o del teatro, o della fiction.

Rombino i sipari!

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QUANDO IL TEMPO TRASCORRE LENTO…

Si leggono di continuo narrazioni bucoliche di stili di vita in cui i giorni si susseguono senz’ansia, di esistenze zen, di buenos retiros, di recuperi delle proprie dimensioni, di riconquista di spazi, tempi, cadenze.
Il tutto reso più pesante dalla generale convinzione che i luoghi campestri in cui vivo siano, di quelle narrazioni, la scaturigine, le fondamenta, il luogo nativo.
Poi apro la banca on line e scopro che un committente, il quale nel marzo del 2025 mi aveva chiesto un articolo, regolarmente pubblicato, me l’ha pagato oggi. Diciotto mesi dopo.

Se ne desume che il tempo trascorre lento non in campagna, ma negli uffici amministrativi di certi editori.

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L’INFORMAZIONE IN ANTICIPO

Non c’è dubbio che le notizie, quando ci sono, vadano date subito, possibilmente prima della concorrenza e senza prendere “buchi”.
Ciò che invece è impossibile è dare notizia dei fatti prima che essi accadano, salvo forse annunciarli se già si sa che accadranno. Ma non la chiamerei informazione.
Fanno perciò tenerezza gli appelli degli uffici stampa che, settimane prima dell’evento che seguono, ti chiedono di inviare loro, scopo rilancio, gli articoli che avresti “già” scritto. Articoli su che? Scritti con la sfera di cristallo?
Ah, questa smania di comunicazione social per tacitare committenti stolti…
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L’INCUBO E LA FORMULA SIESTA

A pranzo mi ero tenuto leggero, eppure sono bastati dieci minuti di Gran Premio di Dormula 1 per farmi precipitare in un sonno profondo. Inevitabile, vista la noia mortale e un distopico circuito madrileno che, con incomprensibile insistenza, i commentatori continuavano a magnificare al pari dell’inesistente spettacolo.
Ma il peggio doveva arrivare.
Perchè durante la catalessi ho avuto un incubo. Un tremendo incubo. Ho sognato che il telecronista Vanzini, quello che durante le qualificazioni grida almeno diciotto volte consecutive “pole position, pole position, pole position”, e il suo partner Genè, modesto ex pilota legato però a filo doppio con la Ferrari, a un certo punto, come se nulla fosse, si auguravano pubblicamente che un incidente o un accidente costringessero la direzione di gara a far entrare la sleepy car, in modo che la lumaca ferrarista Leclerc, in testa per i soliti giochini di cambio gomme, potesse tagliare per primo il traguardo e aggiudicarsi la corsa, alla faccia di inseguitori che gli davano all’incirca tre secondi al giro.
Mi sono svegliato di soprassalto, sudato, stravolto, agitato.
Un incubo!, ho pensato.
Poi ho scoperto che non era un incubo, ma era tutto vero: il giornalista che commentava la corsa gufava davvero tutti affinchè il suo prediletto (per fortuna hanno smesso di chiamarlo “il predestinato”, visto che al massimo pare predestinato alle retrovie) potesse vincere la gara approfittando delle disgrazie altrui.
Cose mai viste nè sentite. Nemmeno in sogno.
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QUALCUNO GLIELO SPIEGHI

Prego che qualcuno più eloquente, autorevole e convincente di me spieghi a molti uffici stampa o sedicenti tali – non a tutti ovviamente e per fortuna – che un comunicato si fonda su tre pilastri: chiarezza dell’oggetto, data certa e riferimento preciso a qualcuno (nome, cognome, telefono cellulare con whatsapp, email). Sennò rischia di trasformarsi, come direbbe Catullo, in cacata carta.
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L’UFFICIO STAMPA MODELLO FRANCA VALERI

Avete presenti quelle spassose gag televisive in cui Franca Valeri interpretava da par suo il personaggio di certe zitelle un po’ acide, sbrigative, perfino brusche, tipo la centralinista frettolosa (“Prontooooo? Sìììììì? Con chi vuol parlareeee? Eccoloooo! Click.”) che ha solo voglia di liquidare alla svelta il molesto interlocutore? Bene. Poco fa ho contattato, per un eccesso di cortesia confermato anche nella forma garbata e dettagliata del messaggio, l’ufficio stampa di un ente statale straniero che si occupa di scambi commerciali con l’Italia. Tutto per lavoro, ovviamente. E con richieste di informazioni certamente più vantaggiose per loro che per me.
La risposta è stata testualmente la seguente: “Devi contattare (seconda persona singolare) xy”. Segue indirizzo email.
Fine: nè grazie, nè prego, nè salve, nè arrivederci, nemmeno una firma o almeno una sigla a cui attribuire quella replica. Tantomeno un telefono, si capisce. Non parliamo di una richiesta di approfondimento o di motivazione.
Morale, hanno vinto un vaffanculo gratis.
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GLI INVITI GRATUITI

“Gli inviti superflui” è un bellissimo e poetico racconto di Dino Buzzati. A me invece è appena arrivato, via l’assai più pedestre email, un invito “gratuito”. Proprio così, presentato come tale nell’oggetto. Quasi che potessero esistere inviti a pagamento. Immaginate la scena: chiamate un amico e lo invitate a cena, precisando però che per sedersi a tavola c’è da pagare. Non so se andare pazzo o se dolermi di questa deriva ormai irrefrenabile che ha privato di logica e senso qualsiasi cosa.
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AGLIOLE…

Apprendo da una, pur strutturata e non peggiore di altre, pubblicità sui social che reclamizza materiale per gli orti che le aiuole non si chiamano aiuole ma “agliole”. Il tutto non in virtù di un accento regionale nell’eloquio ma proprio nero su bianco, per iscritto.
Braccia sottratte alle colture ortive.