Oggi, ma mezzo secolo fa e più o meno a quest’ora, ero attaccato alla tv in attesa di sapere se Niki Lauda avesse vinto il GP di Germania. Non lo vinse. Anzi. Ma fu comunque un giorno indimenticabile.
Sportivamente parlando, il 1976 fu per me un anno pessimo.
Sandro Mazzola annunciò il ritiro al termine del campionato. Gustavo Thoeni consegnò a Ingemar Stenmark lo scettro di campionissimo dello sci. E Niki Lauda, avviato alla riconquista del titolo mondiale di Formula uno, ebbe il famoso incidente al Nurburgring del 1 agosto, dove rischiò di morire bruciato. In un anno solo, crollava il trittico dei miei sportivi preferiti di sempre.
Me lo ricordo perfettamente, quel 1 agosto. Allora non tutti i GP erano trasmessi in tv e il Gran Premio di Germania non lo fu. Ovviamente non c’erano internet e altre diavolerie. Le notizie le sapevi dai giornali il giorno dopo o, se erano molto importanti, dai TG della Rai. E io, rintanato in casa in attesa di partire per i canonici e probabilmente noiosissimi 15 giorni in campagna, lontano dai miei dischi, aspettavo spasmodicamente le news sportive. Speravo di sentire di un’altra vittoria del mio campione. Invece lo speaker parlò di un incidente, del fuoco, di ferite. Tutto molto vago. Il primo e ingenuo istinto, alimentato dalle frammentarie informazioni, fu di chiedermi se Lauda ce l’avrebbe fatta per la corsa successiva, due domeniche dopo. Nessuno aveva capito o riferito, della gravità della situazione che però, il giorno successivo, emerse. Feci il viaggio chiuso in un cupo e incredulo silenzio. Divorai ogni dettaglio della cronaca riportata sul quotidiano acquistato da mio padre, con angoscia crescente.
Il contesto non aiutava. Lì in campagna la televisione non c’era, la radio nemmeno. Mi svegliavo presto in attesa che il mio babbo decidesse, a metà mattinata, di andare in paese a fare rifornimento d’acqua potabile (non c’era neppure quella) e comprare il giornale, l’unica fonte di aggiornamento sulla salute di Niki Lauda. Dieci km di sterrato all’andata e dieci al ritorno, consumato dal desiderio di sfogliare le pagine fino allo sport. I primi giorni lo davano più morto che vivo. La vita appesa a un filo. Io non me ne davo pace. Il tempo passava e le cose miglioravano, per fortuna. Ma la stagione era perduta. Avevo aspettato una vita per vedere la Ferrari vincere il Mondiale. Bandini, Amon, Regazzoni, Ickx e finalmente, nel 1975, Lauda. Amavo quel pilota a tutto tondo e ho continuato ad amarlo per sempre. Ma ora non poteva morire, o magari solo non correre più.
L’esilio campagnolo si concluse. Il grande avversario di Lauda, James Hunt, in assenza del rivale recuperò parecchi punti e pareva avviato al titolo.
Poi la notizia, prima sussurrata e dopo annunciata ufficialmente: Niki sarebbe tornato al volante a Monza, il 12 settembre, nemmeno un mese e mezzo dopo il Nurburgring, con le ferite e le bruciature aperte e sanguinanti. Ero incredulo, ma accadde davvero. Arrivò addirittura quarto. Il che lo trasformò ai miei occhi un eroe puro, intramontabile ed eterno, comunque fosse andata a finire.
Finì che dopo il diluvio del Fuji il campionato lo vinse Hunt, per un punto. Ma il vincitore morale fu Lauda, che in Giappone ebbe il coraggio di ritirarsi (memorabile la frase “Ferrari mi paga per correre, non per uccidermi“). Il Mondiale lo rivinse invece l’anno dopo, anche se nel mio personale Olimpo c’era già.
Così, da allora, io ogni 1 agosto non posso fare a meno di ripensare al quel 1 agosto del 1975. Cinquant’anni fa. E da quest’anno penso anche che è passato mezzo secolo. Eppure, in una vita, posso ancora dire che poche vicende sportive mi hanno dato la stessa adrenalina dell’epopea di Niki Lauda. Nel trattempo è cambiato tutto, la profonda gratitudine è rimasta. Lui è morto nel 2019. Anche oggi, che scrivo queste righe seduto come allora nella penombra domestica e nello stesso posto in cui sfogliavo il quotidiano profumato d’inchiosto, pregando che lui ce la facesse. Se non ce l’avesse fatta, probabilmente sarei stato una persona diversa.
Grazie anche di questo.
