Lascio ad altri celebrazione del campione. Preferisco ricordare il Sandro Mazzola della mia infanzia, quando aspettavo l’estate tutto l’anno, quella all’improvviso arrivava e io passavo le giornate da solo in un cortile a palleggiar, senza nemmeno un prete per chiacchierar.
Il 25 agosto 1969 compivo 9 anni ed ero a Chiusdino, il paesino del senese dove mio nonno era lo storico medico. Ovviamente aspettavo quel giorno con trepidazione. Come sempre quando, da bambino, la ricorrenza rappresentava al tempo stesso un rito di passaggio, un traguardo e l’occasione per sentirsi, una volta ogni dodici mesi, padroni del mondo o quasi.
Con trepidazione ancora maggiore scartai il pacchetto morbido che i nonni mi porsero. Già immaginavo cosa potesse contenere, ma un po’ per tenere alto il thrilling, un po’ per rispetto per il contenuto e un po’ per timore di danneggiarlo, feci durare l’operazione come il più lento degli spogliarelli. O come l’esasperante sbirciamento delle carte di certi giocatori di poker molto esibizionisti.
Dentro c’era una maglia nerazzurra. Anzi, c’era un’intera divisa dell’Inter: calzettoni neri con risvolto blu, pantaloncini neri, maglia nerazzurra con la stella. E il numero 9, come i miei anni e come Sandro Mazzola, il capitano. Ossia il mio idolo.
Due anni dopo Mazzola era ancora il capitano dell’Inter e il mio idolo. Nel pacchetto c’era qualcosa di meno voluminoso e più rigido. Era un libro: “Sandro Mazzola vi insegna il calcio“. L’ho letto e riletto, purtroppo senza risultati concreti (e non credo la colpa sia stata dell’insegnante), fino a consumarlo. E ancora oggi, oltre mezzo secolo dopo, occupa un posto di rilievo nel sancta sanctorum della mia biblioteca.
Mazzola era tutto: non era bello e aveva una moglie bruttina, aveva una voce stridula, non aveva un fisico aitante. Non era troppo amato, perchè aveva anche cervello oltre alla tecnica. Ma era Mazzola. Sandro Mazzola. E io ogni domentica accendevo la radiolina alle 15 nella speranza di sentire a Tutto il Calcio Minuto per Minuto l’annuncio del suo gol per la Beneamata. Un album dei calciatori Panini (1967 o 1968?) lo mise nel trittico dei tre giocatori più forti del mondo, dopo Pelè e non rammento chi, nella pagina di frontespizio dedicata all’empireo planetario della pedata.
Si ritirò nel 1977. Ma per me, e non solo, non cessò mai di essere l’Inter.
Poi stamattina mi alzo e scopro che è morto. Era nell’aria? Forse sì. Non so, sono sensazioni che si annusano nell’aria. Non sapevo nulla della salute o delle sue vicende personali, ma qualcosa negli ultimi giorni mi rendeva inquieto. Ho visto foto e filmanti, mi sono sovvenuti ricordi con una frequenza sospetta.
E’ un giorno molto brutto e credo non solo per me. Non si chiude una porta, si chiude un portone monumentale.
Lascio ad altri più bravi di me la sua celebrazione come calciatore e dirigente, come bandiera, come figlio di Valentino.
Io preferisco ricordare il Sandro Mazzola della mia infanzia, quando aspettavo l’estate tutto l’anno e lei all’improvviso arrivava e io passavo le giornate da solo in un cortile a palleggiar, senza nemmeno un prete per chiacchierar.
