La 60° edizione del Teatro Povero di Monticchiello mette in scena, con ironia ma senza autofustigazioni, sei decenni di spettacolo in piazza e di ideali, illusioni, sbagli, ideologie, passaggi sociali e generazionali in Valdorcia e non solo.

 

Gli anniversari sono appuntamenti insidiosi e il 60° del Teatro Povero di Monticchiello lo era forse più degli altri. Non solo per la cifra tonda, ma per l’esigenza, diciamo pure la necessità, di fare i conti col passato nel momento in cui – non fosse altro che per ragioni di obbiettiva cronologia – esso diventa passato davvero. Nella mente, oltre che nei fatti.

E allora si è scelto di riavvolgere il nastro e di guardare da capo il film della propria storia, con una punta di nostalgia, qualche comprensibile orgoglio, una buona dose di realismo e (ottima idea) anche una certa autoironia.

Da questo sembra nascere “L’Occhio Oltre“, l’edizione 2026 dell’autodramma della gente di Monticchiello, come lo spettacolo si autonomina, che porta in scena i sentimenti della minuscola comunità già contadina della Valdorcia.

Diciamo già perchè, lungi dall’essere ripudiata, quell’anima rurale, storicamente irta di rivendicazioni, di ideologia e di inamovibili punti cardinali novecenteschi (la guerra, i partigiani, il PCI, la fedeltà al partito e la sua lenta evoluzione, la mezzadria, le lotte sociali e così via), continua sì ad aleggiare sullo sfondo, ma in un contesto in cui, al volgere del primo quarto del secolo nuovo, l’attitudine rimane sospesa tra cinismo e presa d’atto di una realtà radicalmente mutata.

Nel borgo, oggettivamente bellissimo per paesaggi e architetture, ma dove oggi – segno dei tempi – convivono una cinquantina di abitanti, sei ristoranti e un numero imprecisato ma altissimo di b&b che nascono come funghi “appena un vecchio muore“, i contadini hanno lasciato il posto agli imprenditori agricoli, le veglie davanti al camino sono state sostituite dalle dirette social e dagli smartphone. E le passioni politiche d’antan – ora divoranti, ora ingenue – hanno dovuto piegarsi ai giorni moderni, ai compromessi o a quelli che una volta sarebbero sembrati tali.

Ne nasce così anche una società nuova, forse non nuova come quando negli anni ’70 qui si sperava sarebbe stata quella degli ex mezzadri affrancati nelle cooperative, ma comunque nuova, liquida, trasversale. Di cui, sì, resta un certo imprinting. Ma la percezione e la narrazione della quale è affidata, ormai, alla coscienza (critica davvero, come si diceva allora) degli anziani e della memoria storica, testimoni di un doppio passaggio generazionale.

Nessuna rinnegazione del passato, quindi (“Ti sei pentito di essere stato comunista?” “No!” risponde piccato l’anziano protagonista Carlino alla domanda di una giovane, disinvolta e un po’ impertinente intervistatrice armata di fotocamera digitale), ma neppure autocelebrazione.

Lo spettacolo fila via così, leggero quanto basta, a volte un po’ amaro, a volte romantico, a volte apertamente ironico, non privo di allusioni anche pungenti, illuminato dalla spontaneità di attori assolutamente dilettanti (tutti, da sempre, abitanti di Monticchiello) che sanno ridere di sè senza rinunciare a un certo orgoglio e al desiderio, sotteso ma percepibile, di mantenere viva una propria identità. Espressa nelle sembianze di una rinascita quasi palingenetica, di una reminiscenza di sottofondo.

La vicenda di Carlino Mangiavacchi, venuto alla luce non a caso nel 1944 (l’anno del passaggio del fronte) e marchiato dalla nascita, sempre non per caso crediamo, da un occhio rosso (in tutti i sensi), ora menomazione e ora privilegio, passa così in rassegna oltre ottant’anni di storia locale e non, rivisitandoli con realismo, tra slanci e disillusioni, senza omettere nulla, incluse le ammissioni di sbagli e di abbagli vissuti in sei decenni di teatro in piazza.

La rappresentazione, come sempre pensata dalla gente del posto durante l’inverno e poi affidata ai registi Gianpiero Giglioni e Manfredi Rutelli, va in scena tutte le sere alle 21.30 fino al 14/8, escluso lunedì 3/8. Informazioni e prenotazioni: www.teatropovero.it, 0578 755118). Biglietto 15 euro.

 

PS: ci crediate o meno, ho scritto questa recensione di getto, senza filtri, la mattina presto dopo aver visto lo spettacolo. Poi, leggendo la presentazione de “L’Occhio Oltre”, mi sono accorto che molte delle mie sensazioni e degli argomenti erano gli stessi riportati lì. Ma vi assicuro che non è una scopiazzatura. Anzi, per me è fonte di un certo compiacimento aver colto il messaggio. Merito degli autori, capaci di averlo saputo esprimere così bene da renderlo percepibile anche senza facili spoiler.