colpi d ascia

La vita, la professione e il mondo offrono quotidianamente ottimi motivi per arrabbiarsi. Qui una silloge di commenti sparsi: a base di vetro e sabbia, s’intende

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IL FLIPPER MONETARIO

Con l’eccezione di chi a scuola bazzicava il latinorum, la stragrande parte degli italiani ha appreso dell’esistenza della parola “bonus” giocando a flipper.
l flipper, che in inglese peraltro si dice pinball, erano tutti in lingua albionica e molti erano quindi convinti che anche “bonus” lo fosse, ma almeno, grazie a Dio e all’istinto anglobecero, pronunciavano il termine correttamente, forse anche perchè non riuscivano a capire come si sarebbe dovuto pronunciare nell’altro idioma (“midia” e “plas” erano per fortuna ancora di là da arrivare).
Imperversava invece tra i giocatori il “vov”, come il liquore, che nei bar nostrani dava vita fonetica all’enigmatico “wow” ogni tanto lampeggiante sul bigliardino inclinato.
In ogni caso “bonus” significa incentivo, premio, liberalità non dovuta ma concessa.
La cosa mi è tornata in mente notando che, a due mesi dalla teorica sacadenza, del famoso bonus governativo di maggio pro autonomi non c’è ancora traccia.
Qualcuno dirà che manca il decreto interministeriale bla bla: bella scoperta.
Resta il fatto che il flipper del governo – ovvero il libro di testo su cui gran parte degli attuali politici deve aver studiato – è l’unico al mondo pieno di bonus, ma dove la palla non va mai nella buca giusta, cioè quella del cittadino.

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NON VA PIU’ O MENO COSI’, VA PEGGIO ASSAI

Avete presente il mio post sui crediti anticovid garantiti dallo stato che, in sostanza, danno soldi a chi ha poco bisogno di liquidità (pur avendone il diritto, sia chiaro), mentre lo negano a chi ne necessita sul serio?
Spiegavo che spesso accade perchè il sostegno è condizionato al superamento di copiosi ostacoli burocratici, ivi incluse le precauzioni delle banche. Le quali, tirate dentro per i capelli ma non fidandosi dello stato, prima di assicurare un prestito vogliono essere certe che il debitore possa restituirlo.
Ecco, a volte va anche peggio. Molto peggio.
In certi casi, infatti, dopo mesi che l’iter è stato avviato – con l’affidamento anche psicologico che ciò comporta da parte dell’imprenditore – si scopre che il governo non ha tenuto conto dei vincoli a cui l’ente che presta la garanzia è a sua volta sottoposto. Vincoli che ovviamente condizionano ancora di più la concessione degli agognati crediti.
In pratica un’azienda poco liquida causa Covid avvia l’iter investendo tempo, fatica, spese, carteggi, certificazioni eccetera fino a quando, dopo qualche mese, non si sente richiedere un’autocertificazione che non può sottoscrivere se non rilasciando dichiarazioni mendaci penalmente perseguibili.
Superfluo dire che, avendolo saputo per tempo, l’impresa non avrebbe mai avviato l’onerosa pratica.
Ne consegue che deve rinunciare, buttando tutto alle ortiche. E questo solo perché il governo, prima di promettere, non ha ben circoscritto le regole di accesso agli sbandierati finanziamenti. Insomma, avevano scherzato.
Forse a qualcuno tutto ciò parrà normale. A me, no.
E nemmeno al Sole 24 Ore e a Italia Oggi, per la cronaca.

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UN ABBANDONO MA PRESIDIATO

Alle 15 di una canicolare giornata estiva mi suona il campanello di casa.
Io: chi è?
Visitatore (educato): buonasera, sono tal dei tali, mi conferma (testuale, ndr) che questo è un luogo abbandonato?
Io (sbalordito e un po’ infastidito): scusi, lei ha appena suonato a un cancello ben tenuto e chiuso, con telecamera, col mio nome scritto sopra e io le sto rispondendo al citofono. Le pare un posto abbandonato?
Visitatore (imperterrito): io però leggo qui un articolo che parla di un posto abbandonato.
Io (stupefatto): non so che dirle…qui dove? Di che articolo si tratta?
Visitatore: è la rivista xy (noto periodico).
Io (incredulo): ma quando è uscito?
Visitatore: è un articolo del 1986 (!).
Io (imbarazzato): ah, ecco…beh, sono passati 34 anni, faccia lei.
Visitatore (diventato incalzante): quindi il luogo è diventato privato e non è visitabile?
Io: non è diventato privato, lo è sempre stato. Ed è visitabile da chi voglio io, essendo casa mia. Magari su preavviso…
Visitatore (interrompendomi): eppure leggo qui (sempre l’articolo del 1986, ndr) che “nel primo dopoguerra ci abitavano centinaia di persone”…
Io (smarrito): che ci abitasse gente non significa che il luogo fosse pubblico e poi sono passati 75 anni…
Visitatore (un po’ seccato): va bene, grazie (e se ne va).
Morale della favola: a volte sono meglio i corrieri dei passanti.

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DUNQUE VA PIU’ O MENO COSI’…

L’economia italiana zoppica cronicamente e, con essa, imprese, professionisti, eccetera.
Su questo bagnato piove la pandemia che blocca, quando non affoga, il sistema e chi ci sta dentro, con rischio e spesso realtà di fallimenti a catena, insolvenze, disoccupazione, eccetera.
Per settimane il governo vaneggia di “potenza di fuoco” e di sostegni per tutti, con ampio spreco di futuri e di futuri anteriori, poi alla fine si scopre che la ciccia consiste appena in qualche centinaio di euro erogati dopo mesi agli autonomi e credito garantito dallo stato (cioè indebitamento) per gli imprenditori, in modo da fare in modo che i cittadini abbiano almeno i soldi per pagare le tasse. Più che fuoco, fumo.
Vi pare già tragicomico?
Mica è finita.
Per accedere ai crediti bisogna attivare una macchinosa burocrazia bancaria che in definitiva, come è anche normale, ha lo scopo di accertare la solvibilità dei beneficiari.
In altre parole la banca, che non si fida dello stato, vuole essere sicura che il finanziato abbia i soldi per restituire il prestito.
Poichè è tuttavia solare che nessuno chiede prestiti se non ne ha bisogno, almeno che non lo faccia per lecite ma non indispensabili operazioni di ingegneria finanziaria, il risultato non può che essere il seguente: a chi i soldi li ha già e perciò non ne ha stretto bisogno, il finanziamento viene subito accordato (vedi FCA: 6,3 mld di prestito a fronte di 4,4 mld di dividendi, alla faccia delle perdite), a chi è difficoltà, no.
Praticamente, forse al solo scopo di guadagnare tempo per escogitare nuove promesse con cui acquietare la massa ruggente, la Giuseppi’s Band ha preso per i fondelli il mondo economico italiano raccontando panzane creditizie che, fatalmente, prima o poi sono destinate a venire a galla.
Ad esempio si scopre che da tempo molte banche hanno chiuso negativamente parecchie istruttorie, ma non hanno il coraggio di dirlo ai clienti, i quali intanto tentano ogni giorno di barcamenarsi nella speranza, come mendicanti appostati fuori dal portone dei signori, dell’elemosina a strozzo dell’impomatato premier.
Occhio, però: il 14 luglio è l’anniversario della presa della Bastiglia e la gente sta dissotterrando i forconi.

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LE RIME BUCCALI

Io sarò anche impietoso ma, dopo che il decreto governativo emesso per la riapertura delle scuole il 14 settembre ha stabilito la distanza di sicurezza di un metro tra le “rime buccali” degli alunni, credo si sia superata qualsiasi soglia del ridicolo. E i genitori degli alunni dalla bocca larga già cominciano a tremare paventando rischi maggiori per i loro figlioli…

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GLI IMPREVISTI PROGRAMMATI

Gli imprevisti programmati sono un caposaldo dell’italian way of life, altrimenti detto stile italiano.
Qualunque connazionale capisce al volo il senso dell’espressione, conoscendola da vicino per frequentazione quotidiana, ma a scanso di equivoci spieghiamola.
È molto semplice: significa che, per definizione, la puntualità è conclamata sulla carta e implicitamente denegata nella realtà.
Esempio: appuntamento dato per le 9.30 e incontro avvenuto alle 11. Causa “imprevisto”, ovviamente. Imprevisto talmente frequente da costituire nei fatti una scadenza inderogabile.
Sempre in perfetto stile italiano, però, anche la tegola dell’imprevisto programmato è a geometria variabile, vale cioè a danno del cittadino e mai della pubblica amministrazione. Sarebbe troppo bello, sennò.
Insomma se perdi il treno per colpa del burocrate assenteista, affari tuoi. Però il suo cappuccino è sindacalmente intoccabile.

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IL FUTURO A SCADENZA

Da qualche tempo gli aedi di Giuseppi tacciono, o meglio strepitano di meno.
Difficile dire se per miracolosa risipiscenza, se perchè il nostro – esaurito l’allarmismo da Covid 19 – ha ridotto le autoreferenze stampa o semplicemente perchè si sono accorti che la coperta delle chiacchiere era troppo corta.
Di sicuro al premier cominciano a mancare gli argomenti.
Finite le coniugazioni al futuro prossimo e pure quelle al futuro anteriore, ha cominciato col futuro a scadenza, un’invenzione tutta sua.
Consiste nel solito annuncio destinato a restare tale, ma facendo balenare la prospettiva che, nella remotissima ipotesi che si trasformasse in realtà, questa sarà a tempo. Una parentesi, insomma. Una trovata. Un gioco di prestigio. Una manovra da illusionista (professione in cui del resto Giuseppi eccelle).
Ecco dunque l’idea di un abbassamento dell’iva “da consumarsi entro”. Poi tutto tornerà come prima.
Nessuno sano di mente e in buona fede riesce arguire quali benefici possano venire alla nazione dal ribasso di qualche punto di imposta per qualche mese, ma l’altociuffato premier ci prova, convinto che la casalinga di Voghera resterà abbacinata ancora un po’, grazie alla prospettiva di pagare il tonno in scatola quei dieci centesimi in meno.
Facendone però ampia scorta, per non dire accaparramento, perchè poi lo sconto scade e addio convenienza.

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DAI ALEX – ULTIMO BOLLETTINO (22.20)

Aggiornamento bollettino medico relativo alle condizioni cliniche di Alex Zanardi

In merito alle condizioni cliniche di Alex Zanardi, ricoverato in condizioni gravissime al policlinico Santa Maria alle Scotte a causa di un incidente stradale avvenuto in provincia di Siena, la Direzione Sanitaria dell’Aou Senese informa che l’intervento neurochirurgico e maxillo-facciale a cui è stato sottoposto l’atleta, a causa del grave trauma cranico riportato, è iniziato poco dopo le 19 e si è concluso poco prima delle 22. Il paziente è stato poi trasferito in terapia intensiva, in prognosi riservata. Le sue condizioni di salute sono gravissime.

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I TAGLIATORI DI TESTE

L’incubo degli esploratori erano le tribù dei tagliatori di teste. Ora quelle tribù si sono inurbate e anzichè il prossimo decapitano le statue.
Lo definirei conformismo selvaggio.
Ne siamo accerchiati.