colpi d ascia

La vita, la professione e il mondo offrono quotidianamente ottimi motivi per arrabbiarsi. Qui una silloge di commenti sparsi: a base di vetro e sabbia, s’intende

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PER I GIORNALISTI UNA DILAZIONE DAVVERO VANTAGGIOSA

Lo hanno già sottolineato in tanti, ma forse fuori dall’ambiente la faccenda non è ancora abbastanza nota nella sua natura profondamente grottesca.
Tanto per capire in che razza di guano sguazzino la categoria giornalistica italiana e le loro istituzioni, si pensi che l’INPGI, l’istituto di previdenza dei giornalisti autonomi (diventato tale dopo che anni fa la cassa dei dipendenti è dovuta passare in fretta e furia sotto l’INPS per evitare il fallimento) ha da poco inviato agli iscritti una comunicazione di questo tenore: “Caro XY, entro il 31/7 dovrai versare la tua quota annuale di contributi. Per agevolarti, abbiamo pensato di offrirti la possibilità di un pagamento dilazionato in tre comode rate mensili, a decorrere dal 31/5/26”.
Avete letto bene, non ci sono refusi: l’AGEVOLAZIONE CONSISTE NEL COMINCIARE A PAGARE CON TRE MESI DI ANTICIPO.
Non bastano più i forconi, ci vuole il rogo diretto.
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IL TRUFFATORE RITARDATO

Ricevo il solito messaggio-phishing su fantasiosi rimborsi fiscali che mi sarebbero dovuti.
Già suonerebbe strano che una comunicazione del genere arrivi un sabato mattina.
Ma, senza dubbio, se poi ti scrivono che per riavere la pecunia avresti dovuto rispondere cliccando sul link entro ieri, mi pare difficile che qualcuno ci caschi.
Fatti almeno più furbo, coglione!
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IL DASPO ALL’ITALIANO

Apprendo con sconcerto (o rilevo con obbrobrio) dai titoli di una celebre testata sportiva che esisterebbe – nel senso che lo usano loro – l’espressione “daspato”, participio passato del verbo “daspare”, ossia “colpito da DASPO”, acronimo già abbastanza osceno di “divieto di accedere alle manifestazioni sportive”.

Nell’omettere ogni ulteriore commento, mi limito a mandarli a daspare…

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LE AUTOGIUSTIFICAZIONI

Una della massime gratificazioni dell’aver compiuto 18 anni fu, in terza liceo, la possibilità di firmarmi da solo la giustificazione delle assenze scolastiche senza la necessità di ricorrere alle proverbiali e abusate firme genitoriali apocrife. La pratica dell’autogiustificazione, ovviamente, aveva un senso che andava bene oltre la banale semplificazione burocratica: era qualcosa che, accompagnato da un sorrisetto ammiccante al cospetto di scuola e professori, suonava un po’ come “ora finalmente io so’ io e voi non siete più tutto come prima”. Conferiva una sensazione, al contempo, di libertà e di sicurezza di sé.
Ci ripensavo stamattina leggendo un po’ delle pietose autogiustificazioni dii politici e pubblici amministratori di ogni ordine grado, i quali invece, in presenza di carenze inoppugnabili, le utilizzano per autoassolversi delle loro miserie e della loro incapacità, che è cosa ben diversa. Pensano di svicolare da colpe e responsabilità o aggrappandosi a stati di fatto ereditati da precedenti gestioni (come se non fosse loro precipuo compito rimediarvi), o a fantasiose quanto vincolanti, insuperabili burocrazie.
A nessuno che venga in mente di tirar fuori, a giustificazione, l’argomento più veritiero, onesto e, in fin dei conti, forse anche alla lunga più redditizio: la ragion politica. Ma ciò va evidentemente oltre i loro orizzonti. E a noi tocca sentire che la magagna è colpa di quelli prima. Patetici.

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LO SFRUTTAMENTO DELLA GRATITUDINE

E’ proprio vero: al peggio non c’è mai fine. Si pensava che si fosse ormai detto e scritto tutto sulla cosiddetta economia della gratitudine, ossia sul volontariato che, anzichè un’utilità sociale, si trova a generare propria sponte utili privati, grazie ai furbi che ne approfittano e ai coglioni che li fanno approfittarsi, accontentandosi di ricevere in cambio una molto presunta riconoscenza. O, addirittura, finendo per essere riconoscenti loro stessi, per l'”opportunità” ricevuta, verso chi li sfrutta.
E invece no. C’è un gradino ulteriore. Anzi, inferiore: è quello che scende chi, non contento di approfittarsi del volontariato, avrebbe pure la pretesa che il volontario desse fondo non solo al proprio tempo e alla propria fatica, ma ai propri soldi. In altre parole, c’è chi vorrebbe che qualcuno pagasse “volontariamente” di tasca propria, a terzi che li realizzano, beni e servizi per donarli, sempre “volontariamente” si capisce, a chi li utilizza per guadagnarci su. O per risparmiare a pro domo sua il denaro che spetterebbe a lui spendere per procurasi quei medesimi beni e quei servizi.
Ci hanno provato anche con me, ma hanno trovato pane per i loro denti.
Ma che dico pane: sassi!
Auguro loro di trovare un buon dentista.
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LE “RECE” A COSTO ZERO

Per capire a che punto di ribasso e di assuefazione siamo arrivati nella consapevolezza della gente comune circa la differenza tra informazione e pubblicità, mi trovo a citare le parole di un – a suo modo incolpevole, in quanto non sa di che parla – ristoratore messe a commento di un post in cui l’autore si lamenta del crollo della professione giornalistica nel settore enogastronomico.
“Insta (sic!) – scive il commentatore – vale molto di più per gli utenti, foto, immediatezza e facile riscontro… Le rece sui social sono molto efficaci e a costo 0!”.
Le rece a costo zero…
Al cospetto di ciò, quello che resta dell’OdG batterà mai un colpo o davvero aspetterà di sprofondare trascinando giù tutti i suoi iscritti?
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ULTIME DAL SURREALE STORYTELLING RURALE

Cose involontariamente e magnificamente comiche affiorano dalle profondità dei social nel pieno della loro funzione, ossia fare reclame.

Con una pronuncia inglese degna di Matteo Renzi ai suoi massimi, un tizio tenta di imbonire malcapitati turisti per farli aderire alla sua “tuscan experience” calcando i toni su una delle più abusate ammuine rustiche, la “truffle hunt”, ossia la ricerca farlocca del tartufo (ancora in dottrina ci si chiede perché una ricerca debba essere definita “caccia”: probabilmente per dare più enfasi a un’azione che, se priva di risultati è noiosissima).

Comunque sia, la scena finale è da teatro dell’assurdo: un asiatico che, stringendo tra le dita un tubero, lo porta al viso prova ad annusarne la fragranza… attraverso il cellulare!

Giuro, tutto maccheronicamente vero.

Ne vado pazzo!

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LA SILENZIOSA RIVINCITA DEL SOUVENIR

Nell’orgia consumistica e volgare dei commerci e dell’unto dilagante indotti dal turismo di massa, fa quasi tenerezza la pubblicità rintracciata in rete – e in fondo sobria – di un produttore di vecchie, sane, inoffensive cartoline. Il quale reclamizza appunto come “autentici ricordi di viaggio” cartoline, segnalibri e prodotti cartotecnici illustrati, sottolineando che sono “eleganti e diversi dal solito gadget turistico”.

Cazzarola, ha ragione!

Urge ripristinarle, con i modellini delle gondole e le torri di Pisa in miniatura che cambiano colore a seconda del meteo, purché di dimensioni contenute. Ok anche alle cartoline da militari con

tette, culi e frasi ammiccanti sullo sfondo del David.

E mandiamo al macero, o in discarica, tutto il resto.

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IL FAMOSO DITO E LA FAMOSA LUNA

Ho appena investito quindici minuti del mio tempo a leggere su FB un ponderoso articolo pubblicato da un ponderoso periodico straniero sull’Italia vista da oltre confine. Poi ho investito altri cinque minuti a leggere gli oltre sessanta commenti all’articolo medesimo. E ho capito di più e meglio da quei cinque minuti che dai precedenti quindici, perciò mi faccio alcune domande.

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ABBASSO I FIGLI DI TROJAN

Sono passato sopra quasi a tutto, compreso il junior pronunciato giunior e il plus pronunciato plas. Ma ora ho intercettato un mentecatto che, discettando di occulti software-spia inseriti all’insaputa dell’utente nei telefoni e nei pc, li ha chiamati TROGIAN. No, nessuna allusione pecoreccia. Peggio, molto peggio. Il mentecatto evidentemente ignora che il termine deriva da trojan, ossia troiano, in allusione omerica al celeberrimo cavallo di legno usato dagli Achei per entrare a Ilio, detta anche Troia.

Capra, capra, capra!