Mala tempora currunt: è sempre più frequente che chi produce qualcosa (libri, film, dischi, spettacoli, cibo…) non gradisca essere recensito e diffidi i giornalisti dal farlo. La risposta (qui irriferibile ma immaginabile) può essere una sola.
Leggo la sbalorditiva notizia che un produttore vinicolo, minacciando addirittura ritorsioni legali, avrebbe diffidato una guida di settore e il giornalista che la coordina dal recensire i vini dell’azienda. Vini, peraltro, puntualmente (e positivamente, per ciò che conta nel caso) recensiti in passato.
Il fatto, senza dubbio antipatico, è stato percepito e propalato come un attacco alla libertà di stampa.
E lo sarebbe, se qualche norma vecchia o nuova consentisse a chi produce qualcosa (vino, libri, film, conserve di frutta, camion, astronavi) di poter pretendere che il prodotto sia sottratto al giudizio della critica.
Ma una norma siffatta non c’è.
C’è invece il diritto di critica, che assieme con quello di cronaca – sempre se esercitato con terzietà, pacatezza e appropriatezza dei termini previsti dalla deontologia – è uno dei pilastri del giornalismo. Diritto che per il giornalista diventa anche un dovere nel caso egli rintracci nei fatti una notizia.
Dunque non solo il vignaiolo in parola non può pretendere che il critico non recensisca il suo vino ma, se tenta di inibirglielo, potrebbe pure incorrere nel reato di minacce. O in quello, più probabile e pedestre, di essere mandato a quel paese (oltre a essere recensito lo stesso).
Giova inoltre sottolineare che si parla, qui, di una sorta di inibizione preventiva alla critica e non, come sarebbe più “normale”, di revisione o rimozione di una critica già espressa. Il che rende il tutto molto paradossale, se non grottesco.
Ma il discorso non si ferma qui ed anzi il caso in specie mi pare la spia di un secondo e ancora più preoccupante fenomeno. Ossia dell’esistenza, accanto alla protervia di chi pretende solo recensioni positive e pure a comando, di uno strisciante complesso di inferiorità da parte di molti recensori, i quali tendono a farsi intimidire dall’aggressività o dal potere del recensito e ad adeguarsi se l’interlocutore fa la voce grossa.
Naturalmente la colpa non è solo dei singoli, ma di un sistema dell’informazione che piano piano ha ridotto la recensione da una quasi forma di genere letterario – la proverbiale stroncatura di cui è disseminata la storia della critica – a mero strumento di captatio benevolentiae, nonché generatore di marketing. Benevolenza del recensito, si capisce (donde l’abitudine a non recensire ciò che non ti è piaciuto, ma solo se ti è piaciuto). E di marketing nel senso di uso ex post della recensione positiva non per farsi una pubblicità indiretta, che è implicita nella pubblicazione di un giudizio favorevole, ma diretta. Vedasi l’abitudine, nel caso del vino (ma il discorso vale anche per il resto), dell’uso pubblicitario dei punteggi assegnati dalle guide: cosa normale, a ben pensarci, se ciò da tempo non avesse innescato anche una rincorsa al rialzo in base alla quale qualsiasi voto inferiore al massimo viene percepito, dal recensito e perciò dal consumatore, come negativo o quasi.
Del resto l’errata equazione recensione-pubblicità è penetrata profondamente nel pensiero popolare collettivo. In base a questa certezza, la gente crede che un articolo di giornale sia una “reclame”. E che, essendo una reclame, non possa che essere positiva.
Il fenomeno ha trovato la sua ultima deriva nello progressivo slittamento semantico del termine stesso.
Se la “recensione” è, in italiano corretto, una valutazione critica, terza e argomentata da parte di chi ha i titoli e la competenza per esprimerla, nel linguaggio tentacolare dei social è diventato sinonimo di parere di chiunque sulla qualunque. Ne è nata una perniciosa marea propagandistica che ha prodotto danni probabilmente irreversibili e alimentato tonnellate di remunerativa (per chi ci marcia) fuffa. Vedansi i vari –advisor che ammorbano la rete con le loro adv e l’uso distorto, quando non disonesto, che ne viene fatto.
Ma tornando al punto (“può qualcuno proibire a un giornalista di criticare qualcosa?”), gli unici che potrebbero intervenire e dare una risposta autorevole sarebbero i giornalisti stessi e il loro Ordine: sia ribadendo il principio, sia fregandosene di minacce e divieti, consapevoli del proprio diritto/dovere professionale. E magari – perché no? – con la creazione di un fondo di solidarietà per sostenere economicamente chi, a seguito di recensioni sgradite, si trovasse ad affrontare azioni, querele o richieste di risarcimento danni infondate.
Su queste basi, qualora qualche mariuolo pensasse di agire in giudizio perchè qualcuno gli ha recensito qualcosa, lasciamo che lo faccia. Poi vediamo. Oppure invitiamolo a comprarsi una pagina redazionale per poterci scrivere sopra quello che vuole, lasciando a noi il nostro mestiere.
PHOTO CREDITS: FLORA BORSI – floraborsi.com
