MEMOIRTAGE/9. Coi veri o presunti venti di guerra che soffiano in Europa, dagli atlanti saltano fuori e vengono messe sotto la lente regioni sconosciute ai più. Una è il territorio autonomo filorusso tra Moldova e Ucraina. Io ci sono stato.
Oggi che la Transinistria – l’exclave filorussa o, se preferite, la regione separatista moldava – è sulle pagine di molti giornali, compreso il Corriere della Sera con un bel reportage di Franceco Battistini, posso forse raccontare di quando ci sono stato io.
Era il settembre del 2018 e di Transnistria, che i locali chiamano Pridnestrovie, non parlava nessuno. E pochi sapevano dell’esistenza di questo strano territorio stretto tra il fiume Dniester e il confine con l’Ucraina. Formalmente parte della Moldova, dal 1990 è una sorta di quasi-stato indipendente in cui tutto, dalla lingua alla moneta, dall’architettura alla mentalità, è russo, ma in versione nostalgia sovietica. Statue di Lenin e cimeli bellici campeggiano ovunque. Per entrare (dalla Moldova) è necessario avere un visto e passare da una sorta di frontiera. Una volta dentro, bisogna cambiare la valuta perchè gli acquisti si fanno solo in rubli. Da qualche parte ho ancora delle banconote in cirillico e degli spiccioli di plastica (sì, di plastica) con stampata la faccia di Vladimir Il’ič Ul’janov. Anche se, toni slavati in generale a parte, lì si respirava più aria di consumismo che di socialismo reale.
Qualcosa di curioso da comprare, in effetti, c’era. Compresi il famoso e altrimenti quasi introvabile brandy della locale distilleria Kvint, varie pregiate cioccolate rigorosamente made in Russia (ma buone), un po’ di divertente paccottiglia italian sounding e parecchie varietà di Prosecco nostrano, che nei negozi locali pareva andare a ruba. Sempre meno della vodka a un euro, però.
La mia a Tiraspol, la capitale (o il capoluogo?), fu una visita breve, mezza giornata appena. Durante la quale non ci fu modo di indagare a fondo ovviamente. Ma abbastanza per guardarsi intorno e farsi qualche domanda.
Strade semideserte e un’atmosfera da città di provincia, un po’ opaca e un po’ ovattata, dove la sensazione era che alla gente importasse poco o nulla della tua presenza. Impressionanti le copiose statue di granito dedicate a padre della Rivoluzione che indica, occhi all’orizzonte, la via da seguire. Vecchi carri armati e cannoni su rampe monumentali. Memoriali a ricordo della guerra del 1992 con la Moldova, a seguito della quale nacque la Transinistria odierna, un non-so-che dotato però di esercito, polizia, bandiera, regole varie e naturalmente governo propri. Un mondo sospeso e lontano, come di frequente si respira in certe lande dell’Europa Orientale dove tutto sembra lontanissimo e la realtà appare in uno stato perennemente precario, in attesa di un assestamento che non arriva mai e nella speranza che lo scontro tra placche – non tettoniche ma politiche, in questi casi – non conduca a terremoti rovinosi o a conflitti tanto sangunosi quanto insolubili.
Non rammento ostilità, solo le facce impenetrabili delle persone, una palpabile mancanza di sorrisi e di cortesia. O forse erano le muraglie della lingua e della diffidenza a marcare le distanze, chissà. Mi sono chiesto più volte chi fossimo, noi occidentali, per loro. Turisti? Spie? Probabilmente solo utili compratori e portatori di valuta, una specie di male necessario. Non sapevano, credo, che nel gruppo c’erano dei giornalisti.
Ci riflettevo mentre durante il viaggio di ritorno osservavo il cipiglio dei poliziotti di frontiera e i vessilli rossoverdi che garrivano al vento sullo sfondo di un cielo grigio come non mai.
A un crocicchio c’era un cartello, di quelli un po’ turistici che si trovano ovunque, che indicava la distanza della città da altre sul pianeta. Tipo quando nel sud del Marocco ti dicono che mancano 4mila km a Timbuctù. Ci misi un po’ a decrittare dal cirillico il nome delle destinazioni. Una era Sukhumi, la capitale dell’Abkhazia (uno dei tre stati, oltre a Russia e Ossezia del Sud, ad aver riconosciuto la Transnistria): 1.300 km. Un’altra era Comrat, capoluogo della Gagauzia, regione autonoma moldava e, guarda caso, filorussa, a 130 km. Odessa, naturalmente, ad appena 110 km. Nikolaiev a 230 km. La remotissima, immancabile Novosibirsk a 4.300 km. E poi le gemellate Eilenburg (in Sassonia) a 1.600 km e Santarem, in Portogallo, a 4.100 km. Le ragioni di questi improbabili gemellaggi non chiedetemele: le ignoro e potrebbero essere l’oggetto di un interessante, ulteriore articolo.
Ci sono viaggi brevi che ti segnano molto, perchè lasciano impressioni irrisolte e sensazioni in bilico, come in una sorta di scollinamento brusco che fa salire le viscere e ritardare l’atterraggio. Prendi il ritratto sulla banconota transnistriana da 100 rubli. A prima vista sembrava di George Washington, in realtà era la zarina Caterina la Grande.
(*) MEMOIRTAGE è la crasi tra memoir e reportage, ossia tra memoria e cronaca. In pratica una rubrica (a cadenza, lo premetto, assai irregolare) in cui mi divertirò, tra fatti, ricordi e suggestioni, a raccontare luoghi e situazioni in cui mi capita di ritrovarmi dopo lungo tempo. Un po’ un esercizio di stile, un po’ racconto e un po’ giornalismo, ma sempre verità. L’unica che, letteratura a parte, dà un senso allo scrivere.
