MEMOIRTAGE/8. Cose strane e edificanti accadono a Montefiascone, la cittadina della Tuscia famosa per il vino bianco e il lago di Bolsena: la chiesa più antica della città viene concessa in uso alla locale parrocchia della chiesa ortodossa autocefala rumena. Un segno dello spirito del tempo.
Per quelli della mia generazione Montefiascone è un nome familiare, che ricorda l’infanzia. Perchè rievoca all’istante la scia di basilari nozioni di geografia culturale che s’imparavano ora dai sussidiari delle elementari, ora dai libri dedicati alle regioni italiane (i costumi tradizionali che nessuno indossava più da almeno un secolo ma ti descrivevano come attuali, le feste popolari più famose, i monumenti più insigni eccetera, allora molto in voga) e pure dall’aneddotica di – diciamo – intrattenimento di nipoti un po’ inquieti messa in campo da nonni pazienti e da vecchie zie, di norma erudite maestre di scuola in pensione.
Nello specifico di Montefiascone la principale, si capisce, era la storiella dell’origine del nome del famoso vino locale, l’Est! Est!! Est!!!: un prelato beone diretto a Roma manda un servo in avanscoperta per individuare i posti in cui si faceva il vino buono e costui, arrivato sul posto, ne trova di così buono da concedergli quelle che oggi si chiamerebbero “tre stelle“, ossia una tripla “est”, che vuol dire “c’è” ripetuto ben tre volte. Seguivano inevitabili ironie di noi bambini sul fatto che il toponimo richiamasse un “fiascone“, strumento principe dei bevitori. Le facezie infantili finivano così per mettere in ombra tutto il resto.
Tornare dopo tanto tempo mi ha dato nuove e ben diverse consapevolezze.
Innanzitutto, quella che per arrivarci bisogna assolutamente diffidare della comoda ma anonima autostrada e convincersi che, da nord, l’unica, vera via verso Montefiascone (e direi la Tuscia, l’alto Lazio e il Lazio in generale) è la Cassia. La sola che asseconda il mutare del paesaggio, delle culture e delle architetture, disvelando gli angoli più polverosi, l’animo quotidiano e le abitudini della gente, quel certo spirito di placida provincia disperso in un allegro disordine urbanistico e negli effetti tumultuosi di ciò che sembra la lunga scia di un boom socioeconomico mai terminato del tutto e capace di lasciare tracce così durevoli da fungere, oggi, un po’ da colore e un po’ da spia sociale.
Passeggiando e occhieggiando ho ritrovato così la città (qualifica ufficiale attribuita a Montefiascone dalla bolla di qualche papa, anche se tutti i montefiasconesi dicono “paese” e in fondo hanno ragione) uguale a se stessa, pervasa da uno spirito pigramente e cinicamente gaudente. E in qualche modo, se mi perdonate l’eccesso di rime, autosufficiente.
Il centro storico si arrocca a precipizio sul fresco dei suoi 600 metri, le ripide vie sboccano in piazze simili a estuari prima di riprecipitare ancora, le frazioni si disperdono tutt’intorno come satelliti, trattenuti però, saldi nell’orbita, dalla forza identitaria del capoluogo. Lo sguardo dei neofiti in visita finisce così per oscillare come un pendolo tra la possenza della Rocca dei Papi, col suo parco arieggiato e la torre panoramica, e il lago di Bolsena ai suoi piedi, una sorta di piccolo mare interno in cui tutto, alla fine dei giochi, pare riflettersi: memoria storica, risorsa, ecosistema. Non a caso l’antica consolare lo lambisce a lungo e il traffico nervoso sembra a volte incresparlo, ma nemmeno troppo. Di sera il tramonto lo abbraccia come un velo mentre di notte, visto dall’alto, il bacino vulcanico invaso dall’acqua diventa tutto nero e pare giocare a nascondino regalando sembianze lacustri – cerchia quasi simmetrica di luci e lampioni compresa – al contiguo quartiere delle Coste, adagiato attorno a una grande conca rurale dove l’acqua non c’è, ma le case e le strade lo cingono davvero in tondo come se fosse un lago. L’effetto è strano e fa pensare.
Nel corso della fugace ricognizione è stata tuttavia un’altra la cosa che più mi ha colpito.
Nel cuore del centro storico si trova una chiesa, la chiesa di Sant’Andrea. E’ la più antica della città, attestata già a metà del IX secolo. Costruita a ridosso di una porta della prima cerchia di mura, poi per metà inglobata nelle abitazioni attigue. Stretta, alta, di pietra grigia. Murato in facciata, dicono le guide, uno stemma in pietra trecentesco che è anche il primo conosciuto di Montefiascone. Mentre all’interno si trovano alcuni ragguardevoli capitelli altomedievali di stile lombardo. Ma la cosa davvero singolare è che un edificio sacro di questa importanza, anche simbolica, nel 2023 sia stato concesso in uso alla locale parrocchia della chiesa ortodossa autocefala rumena, che vi celebra le proprie funzioni a beneficio della numerosa comunità romena di Montefiascone. Mi è parso un fatto affascinante, al di là del gesto di tolleranza in sè.
Certamente sarò poco informato, ma è il primo di cui vengo a conoscenza. E a mio parere è altamente significativo perchè non avviene in una grande città, come nei tempi d’oggi può anche accadere, ma in una cittadina piccola e coesa, dalla storia profonda e intimamente legata alla chiesa cattolica.
Un’altra storia, molto meno ovvia, da raccontare.
(*) MEMOIRTAGE è la crasi tra memoir e reportage, ossia tra memoria e cronaca. In pratica una rubrica (a cadenza, lo premetto, assai irregolare) in cui mi divertirò, tra fatti, ricordi e suggestioni, a raccontare luoghi e situazioni in cui mi capita di ritrovarmi dopo lungo tempo. Un po’ un esercizio di stile, un po’ racconto e un po’ giornalismo, ma sempre verità. L’unica che, letteratura a parte, dà un senso allo scrivere.
