Il libro di Giovanni Solaroli dedicato a uno dei più diffusi ma anche sottovalutati e talvolta snobbati vitigni italiani offre un contributo che non vuole essere una riscossa, ma un contributo di conoscenza.
Arrivo buon ultimo, per non dire ultimissimo, nel parlare di questo libro del mio amico e collega Giovanni Solaroli, volto rubizzo e familiare tra gli scribacchini di vino.
Eppure dovrei dire di essere il primo a occuparmene visto che, il libro (non il testo, proprio il libro fisico), l’ho in teoria ricevuto con vasto anticipo. Anzi, altro che anticipo: prima ancora che fosse stampato, sebbene la copia che stringo in mano sia un bel volumotto cartaceo che profuma ancora di inchiostro e di stampa.
Sono impazzito? No.
Il punto è che, scartabellando tra le pagine in attesa di cominciare a leggerlo (ho il brutto vizio di recensire i libri dopo averli letti e a questo avevo riservato una tranquilla lettura agostana), ho fatto una singolare scoperta: per un curioso ma divertente ed evidente refuso, in ultima pagina si dichiara che il tomo “è stato stampato nel mese di ottobre dell’anno 2026”. In pratica tra un mese e mezzo.
La cosa mi ha fatto abbastanza sorridere e mi ha messo di buon umore.
Ma della mia preventiva benevolenza non c’era bisogno, perché questo “Trebbiano, una storia universale” (Società Editrice Il Ponte Vecchio, 200 pagine, 20 euro) ha molte qualità.
Innanzitutto è sobrio: nella veste grafica, nella carta e nel tono generale. Si prende sul serio il giusto, ma non di più. Non è neppure un’edizione povera, però. Ha un formato e uno spessore da libro-libro, non è né microscopico né il classico librone-fermaporta. Poi è un’opera vivace, ben scritta, approfondita che, nella prima parte, del celebre vitigno sviscera ogni dettaglio, dalle origini alle “parentele”, dalla sua distribuzione geografica alle tecniche di allevamento e di vinificazione. Nulla di troppo tecnico, per fortuna, ma accurato, preciso, pieno di informazioni, ottimo da consultare e niente affatto noioso a leggersi. Nella seconda tocca invece alla cavalcata tra i Trebbiani d’Italia, regione per regione e denominazione per denominazione, comprese le schede sui produttori storici, l’aceto modenese, i distillati e un excursus assai interessante sul Trebbiano nel mondo. Intrigante, in coda, il capitolo finale sul futuro del vitigno tra vignaioli, vini, cambiamento climatico e mercati.
Niente male insomma per capirne di più su quello che, almeno dalle mie parti, è stato prima il pane quotidiano e poi un figlio quasi negletto della nostra viticoltura (e agricoltura), al punto che non mancheranno i miei coetanei adusi a chiamarlo, o a sentirlo chiamare, “Trebbianaccio”.
Il libro di Solaroli segna dunque un riscatto, una riscossa di quest’umile uva bianca così profondamente radicata sull’italiaco ruolo? Non credo che lo scopo dell’autore fosse questo. La chiamerei più che altro un’opera di ricognizione e di conoscenza, di corretta divulgazione e di rimozione dei luoghi comuni. Non è poco.
Concludo, dopo aver segnalato in apertura il piccolo difetto tipografico che chiude il libro, segnalando anche il difetto che, invece il volume lo apre: la prefazione è di Carlo Macchi, una pecca grave.
Naturalmente scherzo!
