Il mondo del vino, e non solo, saluta Giovanni Brachetti Montorselli. Un uomo di cui si è perso lo stampo. Ruvido e tenero. Simbolo degli anni ruggenti del Chianti Classico. Combattente per vocazione. Soprattutto un amico.

 

Dio stramaledica i presentimenti e quello che li accompagna. La sottile angoscia che sottovaluti e che, puntualmente, ti fa pentire.

Per venticinque anni precisi ho avuto sotto gli occhi, tutti i giorni, un ricordo di Nanni Montorselli, che purtroppo ci ha lasciato ieri: è il suo regalo di nozze, da un quarto di secolo fedele accessorio della mia cucina, che mi occhieggia dal centro del tavolo. E che per almeno gli ultimi diciotto mesi mi ha rammentato quotidianamente che dovevo mantenere la promessa di andare a trovare il mio vecchio amico in quel bar di via Circondaria dove tante volte Nanni mi aveva invitato. Me l’ero perfino sognata, la scena, una volta. Lui lungo lungo, elegante, seduto a un tavolino in fondo al locale, tutto contento di vedermi e sorridente, che faticosamente cerca di alzarsi mentre mi avvicino, retaggio della sua inappuntabile educazione, nonostante l’età un po’ avanti e le gambe non più fermissime. Al telefono era stato chiaro: “Vieni quando ti pare, io sono qui”. Me l’ero perfino scritto tra le priorità, accidenti a me.

Non ho fatto in tempo. Me ne rammarico immensamente. E mi resta in mano solo il sogno.

Era un tipo tutt’altro che facile, il Montorselli. Ma se gli andavi a genio, era uno spasso. Intransigente, polemico e a volte beffardo verso chi o cosa non gli piaceva. Inesorabile. Credo che nessuno conoscesse il territorio del Chianti Classico come lui. E nessuno in Chianti Classico che non conoscesse Giovanni Brachetti Montorselli. Un’istituzione del Consorzio. Ce lo trovai quando lo conobbi, nel 1987, e lì è sempre rimasto fino alla pensione. Aveva battuto il territorio palmo a palmo. Non c’era produttore di cui non sapesse vita, morte, miracoli e scheletri in cantina. E vantava sempre un antenato pittore di un certo livello, le cui opere seicentesche erano rintracciabili in non ricordo più quale sperduta chiesa di campagna.

Ha scritto guide, firmato verbali e combattuto innumerevoli battaglie, istituzionali e personali, come la sua indole gli suggeriva di fare. Mi sono spesso trovato al suo fianco. Una fonte di notizie inesauribile e onesta fino all’autolesionismo. Ligio, ma mai deferente. Guerre sul vino, il Gallo Nero ovviamente. Sull’olio, l’ultima sua grande passione. Prima di andare in pensione mi affidò la redazione di un libello sull’extravergine che stava curando. “Di te mi fido“, disse. Ne fui lunsingato, sapendo quanto fosse poco malleabile. Aveva fama di casinista e di piantagrane e forse un po’ era vero, ma dipendeva tutto dalla sua genuinità e da un suo certo congenito, spontaneo, naturale scoglionamento, come si dice in Toscana. Mi pare di vederlo, mentre abbassava – data l’altezza: credo superasse i due metri, enfatizzati dalla sua magrezza – la mano destra agitando l’indice per sottolineare certi suoi apodittici no, no, no scanditi con voce profonda. Il gesto lo faceva apparire anche più alto. E la postura, come una canna piegata dal vento, diventava quella di un alto e severo prelato, una sorta di Papa ammonitore e un po’ burbero. Caro, grande Nanni. Aveva le idee chiare, anche in politica, e non le nascondeva. Nascondeva invece, non benissimo, qualche amarezza che si portava dietro e non confessava, ma da cui neppure si schermiva troppo. E che chi lo conosceva bene non faceva fatica a cogliere. Mai nessuna domanda però, riservatezza totale. Understatement, com’era nel suo stile.

Mi rendo conto però che, raccontato così, sembra che Nanni fosse severo, un po’ palloso, grigio.

Invece era arguto, ridanciano e giustamente meleggiatore. Ricordo risate beffarde, commenti caustici al limite della crudeltà, sottolineature sferzanti, cene indimenticabili e serate passate a chiacchierare di tante cose fino a notte fonda. Affabile, cortese di una cortesia gentile, non affettata. Galante di quella galanteria appena un po’ impacciata che piace e non sfugge.

La sua cravatta (anche a 40 gradi: sono abituato, diceva sempre, mentre gli altri in brache si liquefacevano dal caldo), innappuntabile proprio come la sua educazione, la sua innata eleganza e quel bel regalo impacchettato portato sotto braccio mentre a gran passi saliva la salita che porta a casa mia, facendo scricchiolare sul breccino la suola delle scarpe e aprendosi in quel suo inconfondibile sorriso, ce li ho stampati in testa, anche adesso che fatico a contenere il dispiacere.

Grande Nanni Montorselli, è stato un privilegio essere tuo amico. Perdonami se ti ho bidonato troppe volte in quel bar, ma sai come vanno le cose. E sii fiero: di quelli come te hanno rotto lo stampo.