Una mostra organizzata a Firenze da Fondazione Palazzo Strozzi con la National Gallery of Art di Washington riassume in ottanta straordinarie frammenti di sculture “rotte” nel corso della storia il senso dell’intrinseca precarietà e della formidabile capacità di sopravvivenza dell’arte.

 

Non è difficile cogliere il motivo per il quale, a fungere da icona di “Broken”, la mostra fiorentina inaugurata giorni fa a Palazzo Strozzi e aperta fino al 24 gennaio 2027 (dal 3 marzo sarà alla National Gallery Art di Washington DC, che l’ha coorganizzata ), sia stato scelto uno dei reperti archeologici forse più abbaglianti e inquietanti del mondo antico: il naso e le labbra di Akhenaton, ossia ciò che resta della statua del faraone “eretico” della XVIII dinastia (metà del XIV secolo a. C.) condannato dai successori a una feroce damnatio memoriae.

E’ la damnatio memoriae infatti uno dei fili conduttori – gli altri sono le devastazioni belliche, il vandalismo e le calamità naturali – che legano tra loro, in un percorso tanto trasversale quanto intimamente coerente, gli ottanta pezzi dell’esposizione, tutta dedicata all’arte “rotta” (broken), brutalizzata o semplicemente demolita nell’arco di cinque millenni di civiltà. E al significato che quei lacerti, di cui il sorriso tumido ed enigmatico che attraversa il volto del monarca costituisce il simbolo perfetto, mantengono.

Nell’arte, del resto, quasi tutto rischia di finire mutilo, ferito, incrinato, spesso rimaneggiato, a volte riusato. Come se nel peso o nella forza d’urto del tempo trascorso andassero a condensarsi le azioni o le singole circostanze, le contingenze destinate a lasciare il segno su oggetti, architetture, testimonianze del passato. Il che spesso contribuisce tanto a rendere le ricostruzioni, sebbene fedeli o addirittura filologiche, un po’ artificiose, quanto a privare della loro intrinseca dignità i resti di quel passato medesimo che la ricerca, la scoperta o più spesso il caso ci hanno regalato.

Per fortuna, però, non siamo solo noi contemporanei a subire la fascinazione di queste schegge che, a un certo punto, una mano invisibile sembra aver scelto di sagomare in modo da mantenere intatta, in loro, la potenza dell’arte: la storia è costellata di figure che per vanità, o per studio, o per passione, o anche per affari hanno alimentato nell’arco dei secoli il mercato, la circolazione, la ricerca di quei frammenti, cadenzandone i passaggi di mano e alimentandone ulteriormente, in qualche modo la leggenda. Schegge dal potere magnetico, dunque, la cui bellezza e il cui significato sanno prescindere da un intero ormai perduto, vivendo di vita propria.

Non è tuttavia solo la straordinaria unicità delle opere esposte a fare della mostra di Firenze un evento di singolare attrattività.

Provenienti da musei di tutto il mondo (tra cui il Metropolitan e il Louvre, il British Museum e l’Archeologico di Atene) e di epoche, geografie, anche dimensioni diverse, i “rotti” in esposizione abbracciano i cinque continenti aggregandosi di volta in volta, per mano dei curatori, in sezioni tematiche che danno coesione al valore dei singoli oggetti: dall’antico Egitto alle civiltà precolombiane, dal Fascismo e al Rinascimento, al Medioevo all’età Romana, dalla Grecia classica ed ellenistica a Bisanzio, dall’Africa Nera alla Chiesa e alla Rivoluzione francese, passando in rassegna opere di artisti ora sconosciuti e ora celeberrimi (da Giovanni Pisano a Michelangelo, da Canova a Rodin): le teste, i torsi, le rivoluzioni, il colonialismo, le bombe, gli smembramenti e pure il riuso che l’arte moderna e contemporanea ha saputo fare dei pezzi antichi, fino alla sperimentazione e alle provocazioni del XX secolo, sono lo spunto per esplorarne il senso e leggerne gli incroci.

Ed ecco illuminati il fulgore del volto di Sesostri III, l’imponenza ieratica del guerriero nuragico di Mont’e Prama, lo sguardo quasi smarrito del Re Mago di Notre-Dame usato come pietra da costruzione durante la Rivoluzione del 1789, la potenza sacra dell’Hampatong del Borneo, l’enormità della mano destra della statua colossale forse dell’imperatore Costantino, l’imponenza propagandistica del busto picconato di Mussolini, la delicatezza del gesto del frammento di statua romana di Ermes che si allaccia il sandalo.

Dalle dieci impressive sale al secondo piano di Palazzo Strozzi la mostra discende poi in cortile con Silent Studio, la doppia installazione (“uno studio contemporaneo all’aperto”) di Mark Manders che riflette sulla precarietà della scultura, si allarga poi al Florence Secret Garden allestito in Piazza Strozzi fino al 4 ottobre con opere messe a disposizione dagli antiquari fiorentini in sinergia con la contemporanea Biennale Internazionale dell’Antiquariato e dilaga infine in un ampio fuorimostra che abbraccia varie istituzioni e musei cittadini in città e in Toscana, da Arezzo al Museo delle Statue-Stele di Pontremoli.

“Le sculture vengono danneggiate fin da quando esistono“, scrivono nell’introduzione al catalogo Kaywin Feldman, direttore della National Gallery of Art, e Arturo Galansino, direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi. Ma “ciò che appare incompleto può risultare sorprendentemente compiuto, talvolta persino più intenso di quanto fosse nella sua integrità originaria […]. La distruzione è parte integrante della pratica artistica, della devozione religiosa e del rinnovamentro di una società […]. La mostra Broken esplora tutte queste tensioni e non solo“.