Riordinare le carte di una vita di lavoro è non solo utile per rendersi conto di quanto il mestiere sia cambiato, ma anche per chiedersi cosa fare affinchè tanto prezioso materiale non vada disperso.
In uno degli ultimi dei nostri tanti incontri, Fosco Maraini mi fece una illuminante confessione.
“Ho visto troppi documenti, libri e perfino intere biblioteche di colleghi illustrissimi andare in eredità alle università e poi finire dimenticati, lasciati a marcire in qualche sottoscala. Così ho prevenuto il problema: ho venduto tutto. Così, oltre al vantaggio economico, ho avuto la soddisfazione di sapere che le mie cose, in quanto pagate, sarebbero state trattate come beni di un qualche valore“, mi disse.
Senza dubbio il mio, di archivio, non ha nemmeno lontanamente il valore di quello di Maraini e ho la certezza che nessuno sarebbe disposto a comprarlo e forse nemmeno a riceverlo in regalo.
Cionondimeno, ho la certezza che, come credo di aver già scritto in passato, scartabellare tra i propri archivi di lavoro per rimetterli in ordine sortisca almeno quattro effetti, non necessariamente alternativi tra loro.
Il primo e più ovvio è la nostalgia, sentimento al quale però non sono incline.
Il secondo è la conferma di quanto diverso, fino a vent’anni fa, fosse il lavoro del giornalista. Di qualunque giornalista. Ma ancora di più di chi viaggiava, si occupava di fatti lontani, di reportage sul campo. Internet già esisteva, ma non c’era tutto come adesso. Molto si basava sulla conoscenza diretta delle cose e l’esplorazione fisica dei luoghi, sull’esperienza maturata nel passato e sul ricorso ai dossier cartacei pazientemente e previdentemente messi insieme nel tempo. Il che implicava la preesistenza di un’idea, di un filone da seguire e di un’accurata progettazione del servizio. Senza contare l’aspetto organizzativo, le segreterie di redazione affidabili e solerti, i meticolosi piani di viaggio, viaggi che non permettavano errori perchè allora nulla era automatico e tutto era differente: dalle prese di corrente alle telecomunicazioni, dai check in al clima. Si sapeva in anticipo che ogni missione sarebbe stata piena di imprevisti che in qualche maniera andavano prevenuti o, nell’impossibilità, tamponati improvvisando. Il che a sua volta richiedeva esperienza, capacità di adattamento e di organizzazione, inventiva, fiuto.
Il terzo è la meraviglia per come quanto detto sopra fosse impegnativo e costoso: in termini di dedizione, preparazione e costi economici da sostenere. Per l’inviato e per il committente. Eppure il sistema, fino a un certo punto, è stato in grado di sostenerli, segno che comunque l’oneroso investimento generava reddito per l’editore e per il giornalista. A beneficiarne erano l’informazione e il lettore.
Il quarto, più che un sentimento in sè, è la domanda che feci al professor Maraini, frutto di un’umana inquietudine: che fine faranno i dossier accuratissimi e i quadernetti fitti di appunti presi con mano febbrile che ciclicamente mi passano sotto gli occhi, testimonianze preziose di un’epoca sì ancora relativamente prossima, ma davvero remota e irripetibile se rapportata ai cambiamenti di ogni tipo intervenuti nel frattempo?
Verrebbe voglia di fare qualcosa prima che gli anni, la polvere e l’oblio prendano davvero il sopravvento cancellando non solo la vita vissuta – quella, pazienza! – ma i documenti. Anche perchè, paradossalmente, viviamo in un’epoca che ha reso la memoria così facile da fissare che altrettanto facilmente è facile dissolverla, in una sorta di cupio dissolvi e di pernicioso consumismo immateriale in cui viviamo.
Ma lo sforzo del singolo non basta. Ci vorrebbe uno sforzo corale.
C’è qualche collega disposto ad abbracciare il progetto?
