Ci sono momenti della vita che non dimentichi. Non per forza i più importanti, ma che per qualche ragione ti segnano. La morte di Lucio Battisti, 28 anni fa, fu uno di quelli.
Quella mattina arrivai in redazione del Giornale della Toscana verso le 10. Ero caposervizio all’economia. Colpevolmente, però, durante il lungo viaggio avevo ascoltato musica e non i GR. Internet non c’era ancora: nè nelle redazioni, nè tantomeno a casa.
Entro, mi siedo e con aria smarrita la mia collega Simonetta Bartolini, responsabile della cultura, dalla scrivania di fronte mi fa: “Ma è vero che è morto Lucio Battisti?“. Io strabuzzo gli occhi e le dico: “Morto?!? Non ne so nulla“. Il retropensiero, mio e credo quello di tutti, era che Battisti più che una persona fosse un monumento e che la sua scomparsa non fosse concepibile nei piani celesti.
Ovviamente la notizia era vera.
Lì per lì, anzichè addolorato rimasi incredulo. Stante il suo ormai remoto allontanamento dalle scene, da tempo Lucio Battisti non era un personaggio di attualità, di quelli che agitano le cronache. Faceva rumore quando uscivano i suoi controversi dischi con Pasquale Panella, per il resto era appunto un’icona nell’immaginario collettivo, un punto di riferimento, un dato acquisito della cultura popolare italiana dell’epoca (oggi non so).
Con intima delusione, seppi che Simonetta aveva chiesto a un altro il pezzo commemorativo che avrei tanto desiderato scrivere io. Tacqui il mio rammarico, è naturale. Poi cominciò il tam tam nazionale e tutti sappiamo com’è andata.
Immagino che chiunque – della mia generazione, almeno – ricordi alla perfezione il momento in cui seppe che Lucio Battisti era morto. Come luci che, non dove sei ma nella stanza accanto, si spengono all’improvviso. Percepisci il senso di un’oscurità vicina che non ti paralizza, ma ti fa esitare.
Il 9 settembre del 1998 ci lasciava Lucio Battisti.
