Un titolo provocatorio per richiamare l’OdG sul livello a cui sono discesi l’informazione e il lavoro di giornalista. Il vero problema infatti non è che si offrano cene in cambio di articoli, ma che qualcuno possa accettare.

 

Esiste una soglia sotto la quale nessuno, nemmeno un disperato, accetta di lavorare: è la cifra inferiore al minimo necessario per vivere. Nessuno infatti fatica gratis o in perdita, a meno che non sia pazzo, non faccia volontariato (che infatti non è un lavoro, ma beneficenza) o non lavori per hobby.

Come molti giornalisti: quelli ad esempio che ritengono normale che un invito a pranzo o un gadget non solo diano tìtolo al benefattore di pretendere, in cambio, articoli elogiativi, ma perfino il diritto di sollecitare e di far loro presente il “favore” da ricambiare.

Chiariamoci: è ovvio che chi invita la stampa abbia qualcosa da comunicare e che speri venga riportato sui media. E’ invece meno ovvio che si pretenda di avere un ritorno “garantito”, al punto di considere questo ritorno addirittura il “corrispettivo” di quanto offerto.

Ciò che tuttavia è veramente anormale è che un giornalista accetti quest’impostazione per default e ad essa si adegui, facendone una prassi.

Primo (anche se è l’aspetto meno appariscente), perchè il valore economico di un articolo giornalistico, sia in termini di lavoro materiale richiesto che in termini di vantaggi che esso è in grado di portare al recensito, non può essere quello di un pranzo o di un omaggio.

Poi perchè, anche se fosse, i giornalisti li pagano gli editori e non quelli che hanno notizie da comunicare: se ai primi si sostituiscono i secondi, vuol dire che l’informazione non c’è più, che è tutto marketing e che il sistema è andato in tilt.

Terzo, perchè la qualifica di giornalista è un titolo professionale che si ottiene (anche) dimostrando di aver svolto e svolgere un’attività remunerata: quindi, chi scrive articoli in cambio di una cena come è diventato e come rimane giornalista?

Eppure conosco decine di soggetti che, sul primo versante, “quello non lo invito o lo banno dalla mailing perchè poi non scrive“, e che, sul secondo, “se non scrivo non mi invitano più” oppure che “siccome non sono sicuro di poter scrivere, non accetto l’invito“. Il che equivale a dare per acquisita la normalità dell’equazione di cui sopra: invito, pranzo o gadget sono il corrispettivo dell’articolo scritto.

Un mondo professionalmente serio dovrebbe andare all’opposto: di qua il giornalista che, se invitato (e magari anche se non, qualora ci sia “puzzo” di notizia”, caso in cui dovrà arrangiarsi: il nostro lavoro consiste del resto in questo), va, segue, ascolta, domanda, valuta e infine, se la notizia c’è davvero, scrive (pagato dal giornale su cui pubblica).; di là il pr o ufficio stampa, che selezionano chi invitare, forniscono tutte le informazioni necessarie, rispondono alle domande (tutte, senza schivare), restano a disposizione per chiarimenti e infine, eventualmente, a solo scopo di intrattenimento e cortesia, ammanniscono pranzi, aperitivi, sobrie regalie.

E non mi si dica, vi prego, che oggi l’informazione è cambiata, che esistono i social, i blog, i giornali on line eccetera, perchè, sì, è tutto vero, ma al cospetto di queste cose un giornalista resta tale, esattamente coi medesimi diritti e doveri di prima, come ai tempi del piombo e delle rotative. Del rispetto dei quali doveri dovrebbe anche rispondere all’Ordine.

Ecco, l’OdG, appunto. Sono appena stati rieletti i vari vertici regionali (quelli che poi sovraintendono alla tenuta dell’Albo, quindi hanno un ruolo fondamentale). Vorrei quindi pregare le nuove dirigenze, quando avranno finito di litigare fra correnti su chi ha vinto, chi ha perso e chi odia chi, di aprire un occhio e mezzo sui casi dei quali stiamo parlando.

Che poi spiegano molti perchè: perchè, tra i colleghi, la soglia di percezione della differenza tra informazione e pubblicità sia sempre più incerta, perchè la categoria sia sempre più infarcita di dilettanti con la tendenza alla marchetta e perchè – tanto per restare su temi attualissimi – un terzo dei giornalisti italiani, in quanto nullapagati  o sottopagati o pagati “in natura” con pranzi e gadget, si collochi sotto il minimo per incorrere nell’obbligo di iscrizione all’Inpgi2, ovvero la previdenza degli autonomi.

Come si vede, è un domino.

Il cui senso si potrebbe facilmente invertire, però. Basterebbero un equo compenso serio, o un tariffario di fatto altrettanto equo stabilito dagli Ordini sulla base dell’ormai ignorato requisito della “congruità dei compensi per gli articoli richiesti per l’accesso alla professione.

Così, buona parte dei malcostumi correnti si risolverebbero da soli.

A cominciare dall’imperante servizio di zuppe calde servite agli indigenti, ma camuffato da conferenza stampa.