Si è in apparenza risolto il caso della collega a cui giorni fa il Festival Pucciniano aveva negato il pass. Ma le motivazioni sono imbarazzanti e la soluzione bonaria rischia di riportare nell’ombra le questioni di fondo. E allora facciamo una provocazione…

 

E così, dopo l’intervento del sindaco, del vescovo, della confederazione, dell’ordine e della regione, alla collega Ilaria Bonuccelli è stato rilasciato l’accredito stampa al Festival Pucciniano, negato senza motivo un po’ di giorni fa.

Problema quindi risolto, la libertà è salva?

Direi di no.

Non solo perchè, come cercavo di spiegare qui, il nodo è ben più profondo e più ampio.

Ma perchè la motivazione addotta dall’ente per il diniego poi revocato è oggettivamente surreale: “Non c’erano biglietti“.

Lo so, fa già ridere così. Ma qui invece che ridere c’è da piangere. Perchè mi rifiuto di credere che una spiegazione come questa, così smaccatamente autolesionistica, non voglia invece dissimulare un sottile dileggio. Come a dire: “Hai fatto la bizza per avere un pass? L’hai avuto? Ecco: ora che te l’abbiamo trovato, fai la brava“.

Non mi va, francamente, di fare qui e ora un’esegesi approfondita delle ragioni formali della prima e della seconda risposta, entrambe sbalorditive, date alla richiesta. Lo trovo tempo sprecato. E’ evidente che c’era una qualche volontà punitiva o ritorsiva, magari indiretta, e che solo la necessità di uscire dal pantano mediatico e istituzionale ha finalmente convinto il Festival ad accreditare Ilaria Bonuccelli.

Ho però la netta sensazione che l’episodio abbia finito per restare circoscritto e non abbia affatto avuto l’effetto, come avrebbe dovuto, di attirare l’attenzione della categoria e dei suoi rappresentanti sulle questioni di fondo, delle quali il caso in parola è solo il sintomo. E che anzi la bonaria ma un po’ omertosa soluzione raggiunta rischi di far richiudere il mare sul problema vero.

Se così fosse, si rivelerebbe l’ennesima occasione sprecata per un colpo di reni e un sussulto di dignità che sarebbero stati molto utili alla causa del giornalismo italiano. Che significa essere accreditati come giornalisti? Ce n’è davvero bisogno? Chi e fino a che punto se ne ha diritto? Che qualifiche, competenze, responsabilità, ruolo ha chi è chiamato a decidere se un cronista come tale può presenziare o no a un evento, una conferenza stampa, qualcosa per la quale è richiesto un accredito ad hoc? A chi ne risponde?

Oppure, davvero, è meglio che si torni alla cara, vecchia, pragmatica massima: “Libertà di stampa? Pagare il biglietto!“?

Con un’appendice che è quasi una proposta: non sarebbe una cattiva idea istituire un ticket per gli accrediti. I quali, in fondo, sono un servizio che ha anche un suo costo. E se te lo pago, non puoi negarmelo. Pensiamoci. Risolverebbe tanti casi di imbucamento gratuito e non darebbe adito a negazioni o divieti strumentali verso chi è in un certo posto per fare il proprio mestiere.

Sì, è una provocazione. Ma pensiamoci. Perchè la faccenda si innesterebbe automaticamente in un’altra, sempre giornalistica e di cronica attualità: l’equo compenso.