Il caso di Ilaria Bonuccelli, la cronista toscana alla quale il Festival Pucciniano ha inspiegabilmente negato l’accredito stampa, sta sollevando un giusto polverone. Ma ancora una volta il rischio è di guardare il dito anziché la luna.
Il caso della collega Ilaria Bonuccelli, alla quale senza plausibili spiegazioni è stato negato l’accredito stampa al Festival Pucciniano di Torre del Lago, offre il destro per sollevare finalmente il coperchio di uno stracolmo vaso di Pandora.
Quello degli accrediti stampa è infatti, da decenni, un verminaio di mezzucci e di equivoci intrecciati tra di loro, nel quale il sistema integrato delle istituzioni, dell’informazione e della comunicazione sguazza con grande ipocrisia.
Per far capire meglio chi non è a conoscenza dei fatti, eccone una sintesi.
Ilaria Bonuccelli è una stimata ed esperta cronista, sulla cui professionalità non si può dubitare. Come ogni anno ha chiesto di essere accreditata al Festival per seguire gli spettacoli, recensirli, intervistare gli interpreti. Ma ha visto la sua richiesta, sempre accolta in passato, respinta. Senza spiegazioni e senza plausibili ragioni.
C’è chi in ciò vede una palese limitazione alla libertà di stampa e chi invece vede l’esercizio del legittimo diritto di chiunque, in casa propria, di concedere o negare l’ingresso a chicchessia.
Segue polverone social-mediatico, ancora in corso.
Fin qui, la questione rimane concettuale e quindi si può liberamente ascriversi ai sostenitori dell’una o dell’altra scuola di pensiero, liberi di accapigliarsi, come spesso accade (anche a me), sui principi e le massime. Ed è infatti su questo terreno che, finora, mi pare si sia snodato il dibattito: lo sconcerto e la comprensibile irritazione dell’interessata, la solidarietà dei colleghi, la presa di posizione dell’Ordine dei Giornalisti, la risposta pacata, ma piccata, della Fondazione, i commenti più o meno a capocchia – ora indignati, ora irridenti – del popolo del web e infine le chiose un po’ pelose della politica d’ogni colore.
Se però dalla teoria si passa alla pratica – non del caso specifico, ma della prassi della concessione degli accrediti – il quadro si fa più fosco e assai più articolato. Perché quello degli accrediti è il classico nodo che prima o poi doveva venire al pettine come, ahimè, da anni il sottoscritto va vaticinando, considerata la deriva nella quale da tempo si dibattono la categoria e il giornalismo italiani.
Partiamo da un principio: l’accredito, che è l’implicito riconoscimento di una funzione professionale e dell’esercizio di prerogative necessarie all’espletamento della medesima, non è un diritto. Né un dovere. Non a caso si parla di “concessione”. Esso è il frutto di una facoltà che un certo soggetto ha nei confronti di qualcun altro. Nel caso dei giornalisti si parla di accredito stampa, ossia di un atto che riconosce a qualcuno la qualifica di giornalista e pertanto la sua possibilità di usufruire di tutta una serie di opportunità e servizi finalizzati a un migliore svolgimento del suo lavoro.
Attenzione, quindi: non si tratta affatto, o non soltanto, come invece comunemente si crede, di un semplice “pass” per entrare gratis a una manifestazione, con annesso l’ulteriore beneficio di gadget e perfino di eventuale buffet, e neppure di un permesso ad accedere laddove non tutti possono (il fatale “effetto vip”), motivi per i quali il pass/accredito è viceversa ambitissimo da imbucati, aspiranti, abusivi e varie vispe terese.
Si tratta, al contrario, di un’autorizzazione ad hoc per accedere alle facilitazioni riservate alla stampa, qualsiasi esse siano (e se ce ne sono): ad esempio un parcheggio dedicato, una wifi, postazioni pc e internet riservate, sala stampa, zona mista, retropalco, etc. Oppure, anche e più semplicemente, per accedere a sedi istituzionali o aziendali, abitualmente non accessibili al pubblico, ove per conferenze stampa, interviste, etc si incontrano i rappresentanti di quelle istituzioni o imprese. Tutte situazioni in cui la presenza di un giornalista è giustificata non solo dalla sua stretta e sola qualifica professionale, ma dal lavoro specifico che egli lì deve svolgere.
Il resto è cortesia.
In parole semplici: in casa mia entra chi voglio io e comunque, per entrare, è necessario fare una richiesta professionalmente motivata alla quale sempre io, padrone di casa, mi riservo in ogni caso di rispondere più o meno positivamente, secondo criteri discrezionali che posso anche non essere tenuto a spiegare, ma comunque nel rigoroso rispetto delle norme di correttezza e di trasparenza dovute nei confronti di chi, per funzione, fa informazione e va quindi messo in condizione di esercitare il proprio mestiere, detto diritto di cronaca. Di contro, io accreditato ho il diritto/dovere di beneficiare in libertà delle opportunità e dei servizi lì offerti che sono, ripeto, un’appendice del lavoro che devo svolgere, con la deontologia alla quale la mia qualifica mi obbliga.
Dettaglio non secondario: l’accredito non riguarda solo la persona fisica del giornalista, ma anche la testata che egli rappresenta. Può quindi accadere, e anzi capita spesso, che a essere gradita sia la prima ma non il secondo. Donde dovrebbe derivare (condizionale) che oltre all’escluso dovrebbe risentirsi anche il giornale. Il che in verità non sempre succede.
Fin qui la teoria.
Poi c’è la pratica, anzi le pratiche.
E’ appunto prassi generale di trasparenza, correttezza e, aggiungo, rispetto che, ai giornalisti, gli accrediti non si neghino mai, se non per gravi e giustificati motivi. Quindi è normale che, quando succede, la categoria e non solo l’escluso direttamente interessato protestino. Il gesto non è bello e può costituire un pericoloso precedente, magari censorio.
Ma nasce una domanda: chi sono i giornalisti che chiedono l’accredito? E perché lo chiedono?
Qui casca il primo asino, perché sotto l’ombrello della qualifica, oggi, c’è davvero di tutto, compresi ciarlatani, giornalisti di nome e non di fatto, etc. Il che da tempo ha reso diffidenti gli uffici stampa di ogni ordine e grado, soprattutto quelli dei settori che io definisco “edonistici” (e sono comprensibilmente i più ambiti: moda, auto, bellezza e benessere, turismo, enogastronomia, spettacoli, mostre e cultura etc), inducendoli ad alzare una sorta di muraglia, di filtri sempre più selettivi e di black list nei quali, non di rado, o per sbaglio o per questioni personali, può restare impigliata anche gente serissima come la Bonuccelli.
Ma il quadro naturalmente non si esaurisce qui. Anzi.
Un’altra faccia del fenomeno è rappresentato dai giornalisti non accreditati in quanto “sgraditi” per ragioni di appartenenza politica, o ideologica, o di testata (a livello personale potrei raccontare aneddoti a decine), oppure perché, altro caso frequente, non abbastanza accondiscendenti o ben recensenti o facenti domande troppo impertinenti. Un’altra e frequentissima faccia è quella, formalmente sottaciuta si capisce, dei dinieghi a chi (giornalista o testata che sia) è ritenuto non abbastanza “importante” o influente e delle cui cronache, pertanto, si valuta di poter fare a meno, preferendo privilegiare altri.
C’è poi quello, opposto, dei dinieghi a chi non è giornalista. Dinieghi teoricamente ineccepibili, stavolta. Anche se poi, nella realtà, il mondo va al contrario.
Precisiamo che l’iscrizione all’Odg è l’unica che dia diritto all’abilitazione professionale e a fregiarsi della qualifica di giornalista. Peccato che il titolo sia ormai considerato e diventato un optional: l’abuso di professione è infatti prassi quotidiana e impunita. L’Ordine non sa, né può, né forse vuole davvero arginarla e chi ha bisogno di far circolare le notizie in questa situazione sguazza, accreditando o ammettendo chiunque purchè faccia numero e scriva ciò che si desidera venga riportato. Anche perché, così com’è diventata opaca la differenza tra giornalisti e non, è diventata opaca pure la differenza tra giornali (ossia testate che fanno informazione) e non, cioè blog, portali, pagine social, bollettini e pubblicazioni varie, di norma puramente pubblicitarie e comunque assolutamente non in grado di garantire la veridicità e l’indipendenza giornalistica dei contenuti. Che poi sarebbe il fine ultimo del giornalismo.
Accade così, come capita quotidianamente anche a me, di partecipare a conferenze stampa nelle quali meno della metà dei presenti è formalmente giornalista: gli altri, quindi, chi li ha invitati, ammessi, accreditati? E perché?
Le risposte sono quelle già sopra, è ovvio.
Come avrete capito, la questione è dunque complessa e piena di sfumature.
Ma torniamo al caso Bonuccelli.
“Le decisioni prese sulle richieste di accreditamento (della stampa) – è la posizione dell’ente – costituiscono valutazioni discrezionali della Fondazione. Nulla a che vedere, assicurano, con la valutazione sulla professionalità della giornalista esclusa. Ma allora quali sono i criteri della discrezionalità? Insomma, in base a che cosa decide la Fondazione? Non si sa. É certo solo che non tornerà sulle proprie decisioni. Lo mette nero su bianco: non ci sono elementi che ravvisino una diversa disposizione (il divieto di accredito) nei confronti della giornalista”, scrive sul suo profilo FB la collega, che si è anche rivolta all’OdG della Toscana.
Il quale, per bocca del suo presidente Giampaolo Marchini, afferma: “Nessuno mette in discussione l’autonomia organizzativa della Fondazione ma la discrezionalità non può trasformarsi in opacità. Quando un singolo giornalista viene escluso senza spiegazioni, in assenza di contestazioni deontologiche o professionali, si crea una disparità di trattamento che incide sul pluralismo dell’informazione e, di conseguenza, sul diritto dei cittadini a essere informati”. Il Consiglio, si aggiunge in un comunicato, si riserva di valutare ogni ulteriore iniziativa a tutela della libertà di informazione e del diritto di cronaca, anche nelle sedi competenti.
A me pare che, oltre allo spiacevole caso in sé, la vicenda sia soprattutto l’ennesimo sintomo dell’avvitamento ormai irreversibile di cui sono preda il sistema dell’informazione e la professione giornalistica.
Proviamo e mettere in fila le cose.
Per un giornalista che deve lavorare davvero, in certe circostanze un accredito oggi è, se non indispensabile, necessario. Lo è perché il committente, cioè il giornale, non può o non vuole dotare il proprio giornalista delle risorse economiche per agire da solo come, in teoria, si potrebbe e si dovrebbe. Spesso nemmeno gli copre le spese, figuriamoci. Per le medesime ragioni è impensabile che il giornalista paghi di tasca propria costi di accesso e per servizi che, nella stragrande maggioranza dei casi, sono già in partenza superiori ai compensi.
A causa di questo meccanismo perverso in pratica accade che, al giorno d’oggi, una notevole quota del sistema dell’informazione (e la quasi totalità del lavoro giornalistico autonomo, ossia – sottolineiamolo – il 70% dello scritto e del pubblicato quotidiano nel nostro paese) sia ostaggio della disponibilità, mai disinteressata, di un interlocutore e del suo potere discrezionale di accreditarti o meno. Quanto ciò sia limitante per la libertà di stampa e per l’autonomia dei giornalisti è talmente evidente da non aver bisogno di essere ulteriormente sottolineato.
Di contro, come accennato, spesso la categoria si nasconde dietro le questioni di principio, inclusa quella de quo, per dissimulare le più profonde magagne legate alla liberalizzazione di fatto della professione e quindi alla progressiva erosione delle funzioni, del prestigio e dell’affidabilità della medesima da parte di chi non ha qualifica e quindi nemmeno abilitazione ed ergo neanche professionalità per esercitarla.
In sostanza finisce che gran parete delle “notizie” siano gestite o prodotte da abusivi. Con i quali i giornalisti sono costretti a convivere. A ciò si aggiunge la crescita abnorme del numero dei giornalisti di sola “tessera”, cioè divenuti tali pur senza aver dimostrato di possedere la minima professionalità: un problema, questo, da attribuire a uno specifico e pernicioso, nonché annoso indirizzo dell’Ordine, agevolato dalla parallela sinecura sindacale che ha permesso, nel tempo, il quasi azzeramento dei compensi dei giornalisti. Che autonomia e obbiettività può garantire un giornalista costretto a (o che può permettersi di) lavorare gratis?
L’ammasso e la convivenza nel sistema di questa congerie di figure così differenti spiega l’assalto agli accrediti, ai benefit veri o presunti, alle gratuità e così via. Di fronte a cui spesso gli interlocutori si chiudono a riccio, ingaggiando bracci di ferro e dando vita, talvolta, a casi surreali come quello della Bonuccelli. Quando addirittura non succede (e succede eccome!) che essi pretendano, in cambio della concessione o del rinnovo di un accredito, la sottoscrizione da parte del giornalista dell’impegno a pubblicare articoli e/o a dimostrare di averne pubblicati in passato.
Insomma, dal collo di bottiglia degli accrediti passa tutta la crisi nel nostro giornalismo.
Sarebbe dunque molto bello se la categoria e le istituzioni che la rappresentano, oltre a indignarsi – giustamente, ma alla luce di quanto detto anche ipocritamente – per il mancato rilascio di un accredito (il dito) si mettessero a guardare con attenzione lo stato pietoso della professione (la luna).
Di cui il caso Bonuccelli è un eccellente sintomo.
