Ridurre le cause dell’avvitamento del nostro giornalismo all’inadeguatezza delle nuove generazioni dimostra non solo una visione miope, ma una scarsa conoscenza della professione reale.

 

Al netto della pateticità di chi fa il trombone su FB ma poi accusa chi dissente di atteggiarsi a maestrino, mi è impossibile tacere di certi “consigli” (sic!) professionali di recente letti in rete e destinati ai colleghi, col sottinteso che non solo le loro lamentele siano noiose e ingiustificate, ma che essi stessi siano, oltre che poco intelligenti, pure tonti e inadeguati.

I giornalisti autonomi, ossia esterni alle redazioni (io preferisco chiamarli indipendenti, ma il punto è secondario) non dovrebbero insomma lamentarsi della professione che va a rotoli e della sua ormai azzerata redditività, perchè la colpa è loro, che non sono all’altezza. Dovrebbero invece – questo il suggerimento – attivarsi, darsi una mossa, ingegnarsi, proporsi, aprire blog e portali, mettersi in mostra, dannarsi l’anima insomma, dare la caccia alle notizie e poi venderle ai giornali. I quali, udite udite la novità, ne sono affamati e le pagherebbero lautamente perchè – pontifica il suggeritore – di quelle nelle redazioni c’è sempre bisogno come il pane. Se ci fossero, esse sarebbero perciò subito  acquistate: siete voi che non volete, nè sapete produrle.

Il primo corollario di questa singolare e semplicistica teoria è perciò che il mercato della libera professione giornalistica langue non di per sè, ma per via della scarso valore delle merce e di chi la produce, cioè i colleghi incapaci e lamentosi. Il secondo e conseguente è che quindi manca l’offerta, nonostante una domanda sostenuta di notizie “di qualità”.

Se le cose stessero come dici, avresti quasi ragione“, ho eccepito, “ma non stanno in quel modo. E’ tutto molto, ma molto più complesso“. Il che è bastato a far inviperire il permaloso interlocutore.

Ora, diciamolo chiaro: io sono il primo a digerire male, e non ne ho mai fatto mistero, l’ingenuità a volte disarmante di tanti giornalisti, non sempre di giovane età peraltro, che cascano dal pero della libera professione e annaspano in un mondo in cui, con ogni evidenza, non c’è quasi più spazio per nessuno. L’ho scritto tante volte su AF che non è nemmeno il caso di tornarci sopra.

Ma da qui a dire che la traiettoria piombante del nostro giornalismo (non solo autonomo, visto il trend che sempre più spesso fa precipitare anche i cosiddetti e sempre meno numerosi contrattualizzati nel limbo dei freelance, anche senza entrare adesso nella querelle sul senso compiuto del termine) dipenda dal fatto che decine di migliaia di colleghi non si danno abbastanza da fare, ce ne corre.

Ci corre innanzitutto un quarto di secolo di lassismo ordinistico (aggravato dalle disomogeneità regionali) che ha abbandonato il controllo di una delle principali vie di accesso e permanenza nella professione, cioè la redditività (requisito essenziale della capacità professionale attestata dall’ammissione nell’OdG), lasciando a mo’ di ultima barriera solo certi formalismi che tutti aggirano, (tipo il pagamento dei contributi su compensi risibili e mai riscossi).

Ci corre poi  un terzo di secolo di lassismo sindacale, che nell’arco di tre generazioni non si è accorto, o ha finto di non accorgersi, che il futuro della professione stava orientandosi verso il giornalismo autonomo e ha del tutto omesso di tutelarlo, coi risultati che vediamo (non voglio infierire sulle recenti, patetiche campagne per recupare irrecuperabili associati in fuga).

Ci corre inoltre un altro terzo di secolo di lassismo politico-governativo, che sotto nessun colore ha mai trovato il tempo nè ha compreso la drammatica necessità di riformare una legge professionale (la 69 del 1963) risalente all’epoca in cui i giornali si facevano con il piombo, come se oggi usassimo il codice della strada dell’epoca in cui circolavano i calessi.

Ci corre infine un ulteriore terzo di secolo di lassismi combinati, durante il quale nessuno di chi comanda si è accorto che, a una massa sempre crescente di autonomi (oggi il 75% degli iscritti all’OdG, una buona metà dei quali svolgenti il mestiere in modo professionale), era necessario dare un sistema previdenziale non di facciata (l’INPGI2, poi tragicomicamente diventato INPGI e basta dopo il fallimento della prima Cassa), ma sostanziale. Ossia una previdenza che, a fronte di contribuzioni vere (e quindi per forza derivanti da redditi veri e tutelati) fosse in grado di generare pensioni vere, anzichè perpetuare un sistema di contributi insufficienti, di vitalizi finti e di sicuri futuri poveri proprio tra coloro che secondo il collega languono perchè non si danno abbastanza da fare.

Non posso infine omettere la perla finale: “In un panorama, oggi – chiosava – dove gli editori sono infiniti. Perché sono editori tutti quelli che hanno banalmente una pagina sui social e sono creator, e “banalmente”, tutte le aziende del mondo che hanno BISOGNO (maiuscolo nell’originale, ndr) di giornalisti e comunicatori professionali per la loro comunicazione“.

Capita l’antifona? Alla fine la soluzione per sbarcare il lunario è fare marchette sotto forma di “comunicazione” giornalistica.

Come si fa a tacere?