Anche tenendosi al di fuori della retorica assai abusata di un giornalismo d’assalto, impietoso e castigatore, constatare la quotidiana apatia con la quale moltissimi colleghi accolgono le notizie, fino a subirle, è tristissimo.
Per dare a questo post una spolverata di aulicità condita con un po’ di sano latinorum, dirò catullianamente che risi nescioquid modo e corona. Ossia che ho appena sorriso di qualcuno – diciamo – intorno a me.
Nello specifico ho sorriso di una povera collega di un importante giornale, con ogni evidenza costretta da un capo distratto, o forse no, a scrivere un pezzo di costume prendendo per oro colato quanto riportato sul comunicato stampa di una grande azienda. Comunicato infarcito, va da sé, come è normale, di affermazioni orientate a portare lustro all’azienda medesima o almeno acqua al suo mulino. Un mulino che macina denaro e vive di spese compulsive artificialmente indotte.
Il punto, naturalmente, non è l’articolo in questione. E nemmeno l’argomento del medesimo.
Ma l’attitudine con la quale sia oggi che ieri, ma oggi di più, molti giornalisti si avvicinano alle notizie o alle presunte tali.
Il giornalista dovrebbe, perché in ciò consiste il suo lavoro, essere scettico per default. Perfino cinico, direi. La prima cosa che dovrebbe saltargli agli occhi di un comunicato stampa sono, o sarebbero, le affermazioni gratuite, le forzature, le tesi non dimostrate, i punti deboli delle dichiarazioni presentate come apodittiche.
Lungi da me (chi mi conosce sa come la penso) l’idea del giornalismo eroico e del giornalista-vendicatore, supercicilioso, all’opposizione per definizione. Ma se davanti a un comunicato stampa non ti vengono dei dubbi, che giornalista sei? Magari è proprio nelle contraddizioni del più banale dei comunicati stampa la notizia, la spigolatura da cogliere, l’indizio per approfondire un argomento, il sintomo della presenza di qualcosa che dovrebbe far salivare i canini del cronista e portarlo a scrivere un articolo brillante.
Spesso, invece, accade il contrario. Anziché farsi accendere, il giornalista le notizie le subisce e le asseconda, le riporta senza fare domande o verifdiche, senza sollevare dubbi o eccezioni. Nemmeno nelle circostanze più conclamate. E alla fine tutto si risolve nel compitino che la povera collega e il suo capo hanno prodotto: una stratificazione acritica di luoghi comuni e di ovvietà, pure in contrasto fra loro a volte, ma perfettamente funzionali allo scopo: far scrivere di quell’argomento nel modo in cui si voleva che si scrivesse. Senza un guizzo, senza una puntura, senza l’aggiunta di un’osservazione propria e di un interrogativo.
Come se, anche volendo essere leggeri, non si potesse dare pepe, mettere un po’ di sale, dare insomma un po’ di sapore all’insipida e inutile minestra aziendale.
Mi chiedo da cosa derivi tutto ciò. Si è persa la scuola, si è persa la redazione, si è smesso o non si può più imparare?
Non lo so.
Però, che tristezza.
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