Chi, più o meno in buona fede, confonde tra loro equo compenso e tariffario danneggia l’intera categoria. Perchè toglie acqua al mulino di tutti senza portarla a quello di nessuno. Eppure almeno in FNSI dovrebbero saperlo.

 

Ammetto che a volte è difficile capire se sono io che vedo solari cose che non lo sono o se sono gli altri a non capire (fingendo o meno) la solarità delle medesime.
L’ultima volta il dubbio mi è venuto stamattina, scaramuzzando su FB con un collega a proposito della mai risolta ambiguità che aleggia, più o meno strumentalmente, attorno alla terminologia che riguarda la nostra professione. E che invece ambigua assolutamente non dovrebbe essere.
Come molti lettori sanno, è in corso (qui) il censimento dei giornalisti freelance realmente tali e attivi in Italia. Un censimento lanciato da me e provocatorio non negli scopi, ma nei contenuti: è l’ora di finirla di parlare di libera professione nel giornalismo senza sapere cosa essa sia nè chi la eserciti (e/o né essere in grado di stabilirlo), quindi cominciamo a individuare chi questo lavoro lo fa per davvero, di fatto e di diritto, e lo dichiara pubblicamente.
E’ poi in corso la never ending story dell’equo compenso del lavoro giornalistico, per la fissazione del quale il governo (dimissionario e quindi in condizione di prorogatio: e questo vorrà dire qualcosa…) deve scegliere entro il 18/2 i membri di sua nomina nell’istituenda commissione.
C’è una relazione tra le due cose?
C’è eccome. E qui scatta l’equivoco o, secondo i punti di vista, l’imbroglio.
Si parla di equo compenso e sento dire “tariffario”. Il che è talmente sbagliato (anzi, addirittura capovolto nei termini logici) da poter, se adottato, condurre su terreni sbagliati l’intera, spinosa questione del giornalismo autonomo, freelance inclusi.
Eppure la faccenda è semplice:
PRIMO. Attingo al Devoto-Oli. “Tariffario: elenco dei prezzi di tariffa relativi a beni o servizi qualitativamente o quantitativamente differenziati“. Basterebbe questo a tacitare l’equivalenza tariffario = equo compenso. Come è evidente, il tariffario riunisce più tariffe di beni e servizi diversi. Ne consegue che l’equo compenso (il quale è, ex lege, “la remunerazione proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, tenendo conto della natura, del contenuto e delle caratteristiche della prestazione nonché della coerenza con i trattamenti previsti dalla contrattazione collettiva nazionale di categoria“), non è un tariffario, ma casomai una delle voci di un ipotetico tariffario.
SECONDO. Se l’equo compenso non è un tariffario, occorre prenderlo per ciò che è: una tariffa minima inderogabile, sotto la quale non si può scendere per legge. E cioè: sotto non si può andare, ma sopra non solo si può ma, in un certo senso, si deve, se non vogliamo svuotare di senso l’espressione “minimo”.
Gli effetti pratici della fissazione dell’equo compenso, se e quando ci sarà, saranno pertanto diversi secondo la sua entità:
sotto i 20 euro/pezzo, le cose resteranno esattamente come stanno oggi: chi aspira a vivere di questo mestiere non campa con 20 euro a pezzo così come non ci campa con 3, ma l’aumento (oltre all’insensata euforia dei presunti beneficiati) provocherà comunque un’inutile strage perchè per l’editore pagare 3 o 20 a pezzo fa parecchia differenza;
tra i 20 e i 50 euro (eventualità improbabile), ciò condurrà a un certo e temuto effetto ribassista, perché a causa del forte innalzamento rispetto ai compensi attuali, tutti gli editori tenderanno a interpretare l’equo compenso come “la” tariffa di riferimento. Conseguenza: il 70% di quelli che finora lavoravano per meno sarà espulsa dal mercato per selezione naturale, mentre a quelli che percepivano di più toccherà riaprire molte trattative;
tra i 50 e i 100 euro/pezzo (eventualità improbabilissima): si avrà lo stesso effetto ribassista di cui sopra, con la differenza che anche la metà di chi oggi prende 100 euro a pezzo o giù di lì sarà spazzato via dalla concorrenza e dalla contrazione del mercato;
150 o più euro/pezzo (eventualità impossibile, ma si fa per accademia): il 99% di chi già lavorava a cifre più basse verrà espulso dal mercato, chi lavorava a cifre superiori dovrà probabilmente adeguarsi anche per effetto di una concorrenza spietata, attenuata però dalla riduzione del numero di concorrenti.
Ipotizziamo tutto questo, sia chiaro, solo per assurdo, in risposta a quelli che fanno finta di non capire o sapere che la realtà è diversa. E cioè che non può esistere un parametro unico di perequazione per il compenso degli articoli giornalistici, il quale troppo dipende dall’esistenza di servizi “qualitativamente o quantitativamente differenziati” per poter essere compresso in una tariffa sola.
Ergo dovrebbe essere chiaro a tutti che “equo compenso” e “tariffario” sono cose diverse ed è sbagliato attendersi che l’uno assolva alle funzioni dell’altro: l’e.c. è una delle tariffe (appunto il minimo inderogabile) di un ipotetico tariffario che ne contiene molte.
Esattamente il tariffario, mi sia concesso lo sfogo, che da un quarto di secolo un sindacato da operetta (il quale, non a caso, non rappresenta che il 7% degli autonomi, ma ha la pretesa di rappresentarli tutti) non è mai riuscito nè a ottenere e neppure a proporre agli editori in modo organico.
E’ riuscito però a creare una sedicente commissione lavoro autonomo tenuta al guinzaglio e di adamantina inutilità.
Meditate, colleghi, meditate.