VIAGGI&PERSONAGGI, di Federico Formignani
Passeggiando molti anni fa – senza fretta, ma con sguardo mobile – per una capitale irlandese ancora lontana dal boom turistico e in compagnia di dublinesi doc. In attesa del “caffè delle undici”.

 

Fechin Maher, dublinese doc, è di carnagione chiara con qualche lentiggine, ha occhi azzurro-ferro come spesso è il cielo d’Irlanda, capelli e baffetti color ruggine ed è un uomo colto, di carattere allegro; la persona ideale per approfondire la conoscenza di una bellissima capitale, per conoscere particolari altrimenti destinati a rimanere retaggio solo di chi è nato e vive qui.

Dublino non è molto estesa, esordisce Fechin, si può girare agevolmente a piedi e vedrai che visitando il centro storico è come se visitassimo l’intera isola verde; in buona sostanza, si può dire che Dublino è un’Irlanda in scatola; qui trovi tutto: storia, cultura, tradizioni e, in più, un tocco di internazionalità perché Dublino fa da filtro con il mondo, specie con quello degli inglesi… e qui a Fechin sfugge un sorrisetto malizioso. Non è infatti un mistero come l’isola abbia sempre avuto un rapporto difficile con i cugini dell’isola maggiore. Mal sopportati, combattuti tenacemente e sempre temuti, non di rado odiati, i dublinesi e gli irlandesi in genere non disconoscono tuttavia che è in gran parte merito dell’Inghilterra se la loro capitale ha assunto, dal Settecento in poi, quell’aspetto di città georgiana che tutti ammirano; in questo secolo, che per Dublino può essere definito “secolo d’oro”, l’architettura e l’arte emergono e la città assume quel volto aristocratico – di un’aristocrazia non ostentata – che si rivela in tutto il suo splendore specie nella zona delle piazze Fitzwilliam e Merrion e che agli occhi di un visitatore straniero (io, per esempio) si concretizza attraverso l’apprezzamento per uno degli aspetti forse meno conosciuti ma di sicuro effetto visivo; quello delle porte d’ingresso delle case: eleganti, massicce, dipinte con vernici a smalto di diversi colori; completano mirabilmente l’austerità degli edifici.

Nel corso di precedenti viaggi mi ero limitato a constatare come gli irlandesi fossero in genere sanguigni ed esuberanti per natura, quasi per vocazione; allegri, vitali, inclini alla battuta scherzosa (esiste una ricca collezione di cartoline postali in proposito) e per di più amichevoli, disponibili, aperti verso il visitatore, quindi curiosi di conoscere il suo punto di vista in fatto di politica, sport, cultura, musica, tradizioni e, alla fine, addirittura ansiosi di sapere cosa si pensi di Dublino e della loro terra. Tutti sanno cos’è l’Irlanda: l’isola del verde, delle nuvole, della torba, delle capre, dell’acqua, dei panorami indimenticabili per la loro grandiosità e struggenti per la delicatezza dei colori; la capitale possiede poi caratteristiche climatiche proprie, con l’aria che è un misto di salsedine marina, vapori delle acque del Liffey e dei canali, brezze che scendono dai vicini monti Wicklow; un universo di magie che disegna cieli colorati con la bella stagione e visioni mai banali persino con il cattivo tempo. A queste magie possiamo aggiungere anche quella del nome, che le cronache di Tolomeo (140 d.C.) indicano in Eblana; ed è strano come l’attuale (Dubb-linn sta per “stagno scuro”) abbia finito per soppiantare, forse per influenze vichinghe e normanne, quello genuinamente gaelico di Baile-Atha-Cliath, che significa “città del guado dei graticci”; primitivo insediamento, quando ancora Tara era la capitale del regno.

Su suggerimento di Fechin, una parte della prima giornata alla scoperta della città viene dedicata alla Dublino “verde”; per entrare in sintonia col colore dominante della nazione, precisa l’amico irlandese.  Verde con un tocco di grazia in più dato che si unisce a noi Nora Kielty, anima dell’associazione che promuove la cura e la conoscenza delle preziosità botaniche della capitale. La prima meta, nel cuore di Dublino, è il delizioso St. Stephen Green, nove ettari di piante e fiori, con un piccolo laghetto frequentato da uccelli acquatici. Poi il Phoenix Park, a tre chilometri dal centro, con un nome dall’origine curiosa: Phoenix è il termine inglese; per assonanza è derivato da quello originale gaelico di Fionn Uisce, che sta per “acqua chiara”. Il Phoenix Park racchiude lo zoo e, non sembri irriverente l’accostamento, anche la residenza del Presidente della Repubblica. Altre mete del “verde” sono i giardini dell’Howth Castle (sobborgo sul mare, famoso per i rododendri) e i National Botanic Gardens che si trovano nella zona nord della città, vicinissimi ai Talbot Botanic Gardens. Ma è tutta Dublino a vantare un gradevole e riposante tocco di verde; piccole piazze come viali alberati, parchi più o meno estesi, ben curati, come quello del Trinity College.

Poi c’è la città di pietre più o meno preziose: dai monumenti insigni alle abitazioni modeste ma sempre dignitose. Anche qui, è d’obbligo iniziare dal centro, per esempio da Grafton Street che è zona pedonale, vera calamita per gli stranieri ma anche per i dubliners. È una via che, oltre ad avere superbi negozi, ostenta un’aria festaiola e allegra; qui si esibiscono cantanti, giocolieri, clowns, musicisti. Gli edifici del XIX secolo fanno da quinte per le più svariate esibizioni. In Dawson Street c’è la Mansion House, residenza del sindaco della città. Questo edificio risale all’inizio del XVIII secolo e fiancheggia la Royal Irish Academy, fondata nello stesso periodo per conservare gli antichi tesori irlandesi, in seguito trasferiti al National Museum, che si trova invece in Kildare Street; il museo raccoglie testimonianze uniche dell’arte celtica in oro e argento, con calici del primo periodo del cristianesimo. Poco dopo il museo ecco Leinster House, un edificio georgiano, ora sede del Governo irlandese. Proseguendo nella camminata, interrotta nell’arco della giornata da intervalli per gli assaggi di birra (in logica sequenza le marche migliori) ecco in Kildare Street la National Library (Biblioteca Nazionale) con rari e preziosi manoscritti irlandesi. Poi è la volta del bellissimo Trinity College: un’oasi di pace nel cuore della città. Oltre ai già ricordati giardini, il Trinity conta ben sette biblioteche che racchiudono la bellezza di otto milioni e mezzo di volumi! Come dire, la scienza del mondo, o quasi. Fra questo mare di libri emerge, per valore artistico, preziosità e importanza storica, il celebre Book of Kells, un libro che riassume i Vangeli dell’VIII secolo, conservato nella Old Library, una biblioteca dall’atmosfera tutta particolare. Al Trinity ci aspetta un amico di Fechin, il professore di semiotica Martin Croghan che aggiunge (graditissimo) particolarità storiche sul Book of Kells e su molte altre preziosità librarie conservate in questa splendida università. Il giro nella Dublino centrale si completa con la visita alle due chiese più importanti: la prima è Christchurch, la cattedrale costruita nel 1172, con magnifici sotterranei a volta. Nel medioevo questi sotterranei non avevano molto di religioso; ospitavano mercati e taverne con le immaginabili turbolenze di vita tipicamente irlandesi, al punto che l’accesso era proibito agli studenti del Trinity College. L’altra chiesa è quella di St. Patrick’s (San Patrizio) cattedrale medievale e luogo cristiano più antico della città. Qui infatti San Patrizio, nel V secolo, costruì una chiesetta; quella attuale risale al 1190 e ha subito restauri nel XIX secolo. Ora funge da cattedrale nazionale per i protestanti irlandesi.

Non poteva mancare, verso la fine della giornata, una sosta sulla terrazza della celeberrima Guinness, sorseggiando un “scura” in compagnia di un altro amico di Fechin: David Greene, grande studioso e docente di lingua celtica. Con lui, è stato naturale ed istruttivo approfondire i segreti del profondo legame che unisce gli irlandesi alla loro lingua nazionale, sempre più in difficoltà e perenne nervo scoperto d’Irlanda, perché argomento da sempre dibattuto e giudicato della massima importanza. L’antico gaelico, ricorda il professor Greene, è parlato lungo la costa occidentale ma non è azzardato ipotizzare che, nel giro di qualche generazione, anche questo antico idioma celtico finirà per entrare a far parte delle molte “lingue morte” che il mondo cataloga, nonostante gli sforzi per insegnarla e conservarla non siano né pochi né estemporanei; anche a livello governativo. Ma gli irlandesi hanno la testa dura, conclude con un sorriso David Greene, ed è certo che alla lunga riusciranno ad avere successo.
Come finire la giornata? Naturalmente con quattro passi e un aperitivo in Stephen’s Green; Fechin, citando Noel Purcell, famoso attore degli anni Quaranta, declama: “Dublin can be Heaven, with coffe at eleven and a stroll in Stephen’s Green” (Dublino può essere il Paradiso, con un caffè alle undici e una passeggiata in Stephen’s Green). Ne sono convinti quelli di Dublino e l’Irlanda intera, per non parlare dei moltissimi turisti che ogni anno invadono questa magnifica isola.