di URANO CUPISTI
Un biglietto a senso unico per fare in 45 giorni (di cui 9, pari a 219 ore, passati in aereo) il giro di mezzo mondo e approdare in Corea con un chiodo fisso: visitare il 38° parallelo che divide il Sud dal Nord.

 

Nel 1980 organizzai il mio terzo (mezzo) giro del mondo. Allora non esistevano i voli low cost, nè internet: bisognava vagliare tutte le offerte opportunità con telefonate su telefonate.

Di norma, le offerte che ti propinavano le compagnie aeree erano piene di vincoli e condizioni, tali da costringere quasi sempre a tour de force e sfacchinate che solo i “veri viaggiatori” erano disposti a sobbarcarsi.

Ma quella volta non fu così.

Da British Airways ottenni un biglietto “around the world” che prevedeva diversi scali e l’utilizzo di altre compagnie aeree collegate. In pratica potevo utilizzare i voli British con deviazioni assicurate da altri vettori, col solo obbligo di procedere in un’unica direzione: non sarei potuto tornare indietro se non pagando tariffe intere.

Questo era il mio programma.

Partenza da Milano, scalo a Londra, cambio di aeromobile, volo intercontinentale BA 005 destinazione Tokio (via Anchorage). Tour in Giappone per poi partire da Osaka alla volta della Corea del Sud, con volo Jal (linee aeree giapponesi). Dopo la visita della Corea, volo Seoul-Tokio con North West Orient (a pagamento, perché tornavo indietro) per riprendere il volo British alla volta di Colombo, capitale dello Sri Lanka (con scalo tecnico ad Hong Kong). Stop and go di alcuni giorni. A seguire volo Air Lanka per raggiungere le Maldive, dove sarei rimasto una settimana. Quindi ritorno a Colombo con Maldives International Airlines (di nuovo a pagamento, perché tornavo indietro) per raggiungere successivamente, con un volo Swissair, Bombay (allora si chiamava così), con sosta di tre giorni. Infine, volo British alla volta di Londra (scalo tecnico a Karachi) e successivamente Londra-Pisa. Un viaggio di quarantacinque giorni complessivi, di cui nove (ovvero 219 ore) passati in aereo.

Una delle destinazioni che avevo scelto era per me particolarmente importante: la Corea del Sud, per via della sua posizione strategica e il suo confine settentrionale, marcato dal 38° parallelo, che mi era stato descritto da alcuni viaggiatori incontrati come una vera e propria “avventura”.

L’impatto con Seoul fu incredibile. Provenivo da Osaka, paradigma dell’ordine giapponese, e mi trovai catapultato nella più assoluta baraonda coreana.

La città, già all’inizio degli anniOttanta, era un luogo dove nessuno va mai a dormire, super illuminata di notte, piena di grattaceli moderni, all’americana.

Per respirare un po’ di quiete e uscire dalla vita frenetica quotidiana scelsi di soggiornare nel centro storico. Visitai i Cinque Grandi Palazzi che si trovano a Jongno e Jung-gu, a nord del fiume Han, inclusi il palazzo Gyeongbokgung del XIV secolo, e il Palazzo Changdeokgung, patrimonio UNESCO.

Imperativo però rimaneva il fuggire dalla metropoli. Alla stazione degli autobus decisi, dietro consiglio della proprietaria della mia guest house, di prenderne uno per Chuncheon, a nord-sst della capitale, dove avrei potuto rilassarmi tra le montagne e gustare i piatti della cucina coreana come il dakgalbi, pollo alla griglia con verdure condito con una salsa piccante. Ovviamente lo servivano nella Dakgalbi Street, piena di piccoli ristoranti dove si mangia seduti sul pavimento, con le grandi padelle piazzate sulle piastre roventi e il rito della condivisione con gli altri avventori. Era decisamente un’altra Corea.

A Chuncheon conobbi uno svizzero che mi convinse a seguirlo nel suo tour visto che, alla fine, le nostre mete erano più o meno le stesse.

Così visitammo Andong, a sud-est nell’area del North Gyeongsang, storicamente ricca di tradizioni confuciane,  villaggi come Hahoe e Yangdong, dove la spiritualità aleggiava mista alle pratiche della cultura tradizionale, tipo la hanoe, la danza della maschera, poi Jeonjou, città-gioiello che non finisce mai di stupire. La raggiungemmo attraversando in orizzontale l’intera Corea, da est ad ovest. Potemmo visitare Hanok, con i cortili e i giardini in fiore, perderci tra vicoli e stradine, soggiornare in una casa hanok, la guesthouse coreana, dormendo sul pavimento e mangiando la cucina casalinga, come in famiglia.

Pusan, la seconda città della Corea del Sud, era già allora famosa per i suoi cantieri navali e come stazione balneare affacciata sullo stretto di Corea, di fronte alle coste giapponesi. Mi parve un mix di culura antica e di espansione industriale in atto.

Partimmo da lì per raggiungere in traghetto, l’Isola di Jeju dominata da Hallasan, un vulcano alto 1.950 m. Paragonata, per la sua forma, a un’isola hawaiana, rappresenta ancora oggi  la destinazione invernale per i ricchi coreani in cerca di clima caldo e belle spiagge.

Noi invece ci eravamo andati per visitare un tunnel chiamato Manjannggul. Frutto delle colate di lava, è una cosa unica al mondo: largo 23 metri, lungo a 9 chilometri e risalente a 300mila anni fa, è consideratodi stremo valore scientifico.

Rientrato a Seul e salutato l’amico svizzero, mi preparai a raggiungere il 38° parallelo.

Era l’alba quando salii su un autobus militare, sotto l’egida dell’Onu, in direzione Panmunjom, un villaggio posto nel punto di confine tra le due Coree dove venne firmato l’armistizio del 1953.

Ci vollero due ore per percorrere circa 60 Km, con continui check point, controllo dei passaporto e del visto.

Arrivammo alla base delle Nazioni Unite tenuta al tempo da una guarnigione svedese, anche se tutta era americana. Breve coffe break e smistamento di noi visitatori, muniti di pass speciale, su diverse Jeep.

Rammento bene ancora oggi quanto provai nel camminare a pochi passi, ma veramente pochi, dalla demarcazione del confine, sotto gli occhi dei soldati della Corea del Nord che, sospettosi, seguivano ogni nostro movimento.

Era una sensazione composita, di curiosità, timore, apprensione. L’edificio dove venne firmato l’armistizio sta a cavallo della linea di demarcazione che corre attraverso la zona demilitarizzata DMZ. Anche il tavolo attorno al quale si riunirono le due parti, con tanto di bandierine, è diviso dalla linea di confine. Segue il Bridge of No Return, il famigerato Ponte del non ritorno, vicino a Panmunjom.

Capii che ero finalmente arrivato alla reale destinazione del mio viaggio, il luogo-simbolo di un conflitto che avrebbe potuto portare a una terza Guerra Mondiale e che, ancora oggi, testimonia la tumultuosa storia di un paese ben lontano dalla riunificazione.