Mi chiama un ufficio stampa: “Devo fare un pezzo per un giornalista, mi dai un po’ di informazioni? Considera che non conosco”. Goffissimo, dava per scontato che avrei aiutato lui e il suo giornalista. Non l’ho aiutato.

 

Il bello di questo che fu un mestiere (bello si fa per dire, si capisce) è che non solo per decenni sopporta ed ingloba sacche di storture professionali che in altri settori esploderebbero come bubboni nel giro di qualche anno, ma che alla fine le istituzionalizza, metabolizzandole. E le sussume al punto di farle apparire normali. O addirittura una forma alternativa, perfino brillante di svolgere il lavoro.

Eccone sotto un esempio lampante.

Avete presente il secolare vizietto di molti giornalisti di prendere i comunicati stampa, metterci sotto la propria firma senza avere nemmeno il pudore di cambiare un avverbio e poi pubblicarli? Cosa che non solo fa incupire gli estensori, cioè gli uffici stampa, ma dà loro modo di rivendicare per se stessi il ruolo di produttori di contenuti?

Bene, ora lasciamo perdere la contraddizione di ritenere a priori “contenuto giornalistico” quanto riportato in un comunicato, che ovviamente ha la funzione di esporre una visione unilaterale delle cose e quindi non è il massimo dell’imparzialità, e restiamo al punto: arriva il comunicato, il redattore lo legge (si spera) e lo mette in pagina come se l’avesse scritto lui.

Nel mondo reale, però,le cose vanno molto peggio di così.

Uno stimato e navigato collega mi racconta infatti il seguente aneddoto.

Questa è fresca di oggi (e ho subito pensato a te). Telefonata: ciao sono X dell’ufficio stampa Y. Devo (!) fare un pezzo per un giornalista sul tema trekking: mi daresti un po’ di informazioni? Tieni presente che non conosco ‘sto ragazzino (evidentemente imbeccato dalla sua capa) e ho a che fare con la sua agenzia una volta ogni qualche anno. Goffissimo, dava comunque per scontato che avrei aiutato lui e il suo giornalista. Non l’ho aiutato“.

Riepilogo esteso: un giornale riceve un comunicato e chiede a un giornalista di scrivere un articolo sull’argomento. Il giornalista trova normale chiamare l’ufficio stampa estensore del comunicato e chiedergli di scrivere il pezzo al posto suo. Anche l’ufficio stampa tuttavia  trova normale, sebbene un po’ seccante, questa prassi. E a sua volta che fa? Essendo l’ufficio stampa del tutto ignorante sulla materia, sebbene sulla medesima produca comunicati stampa, trova normale chiamare un giornalista vero e chiedere informazioni a lui su come scrivere l’articolo.

Riepilogo sintetico: secondo questa nutrita scuola di pensiero, il giornalista vero dovrebbe fare, gratis ovviamente, da ghost writer di un altro ghost writer (in conflitto di interessi, oltretutto) per conto di uno che dà per scontato di avere un ufficio stampa come proprio ghost writer.

Fine del cortocircuito.

Vaffanghost si può dire?