Afferma un ex direttore di giornale, pensionato, che i giovani giornalisti fanno bene a emigrare, perchè da noi “si sta stretti”. Sarebbe bello però se qualcuno dicesse perchè si sta stretti. E spiegasse anche quando si comincia a essere “vecchi”.

Ci riferiscono (ad esempio qui la freelance Chiara Giannini, sugli scudi in questi giorni per aver annunciato di “emigrare” in GB, vista l’impossibilità di trovare lavoro in Italia) che oggi, in Consiglio Nazionale dell’OdG, un collega pensionato ed ex direttore di testata avrebbe affermato che i giovani giornalisti italiani fanno bene a espatriare, perchè da noi “si sta stretti“. Nel senso che siamo troppi.
Una constatazione, quest’ultima, certamente veritiera. Ma lapalissiana.
Per l’enunciazione della quale non era certo necessario l’autorevole intervento odierno. Sul punto parlano i numeri: 130mila iscritti all’Albo per una capacità del sistema di assorbirne (la stima è mia, ma sfido a contestarla) un terzo o forse meno, tra contrattualizzati e autonomi.
Sarebbe logico allora che, rilevata la sostanza, chi si interroga sul futuro luminoso e progressivo della professione indagasse anche sulle ragioni di tanta pletora. Ovvero: perchè siamo così tanti, anzi troppi?
Invece nessuna risposta, perchè l’argomento è tabù. Vietato dire le cose come stanno, qualcuno potrebbe sentirsi meno uguale degli altri e offendersi. Dunque, zitti e mosca.
Viceversa, la mia (e per fortuna non solo mia) opinione è nota: la colpa è del giornalistificio.
Ovverosia di quel sistema perverso di gestione della professione (di cui tutti, indirettamente, siamo responsabili visto che i nostri rappresentanti li abbiamo eletti noi) in base al quale, per un insieme di miopia, omissioni, sinecura, interpretazioni di comodo, pseudosolidarietà tra diversi, egualitarismo del kaiser, si è creata una fabbrica di giornalisti: sempre meno professionalizzati, sempre meno selezionati, sempre più agevolati nell’ottenere l’incomprensibilmente ambito “tesserino“. E quindi messi sempre meno in condizione di esercitare il mestiere per quello che è, un lavoro, e sempre più di esercitarlo in quella forma patologica di hobby pseudoretribuito che oggi imperversa. “Todos cabelleros” e tutti contenti.
La questione e i temi sono arcinoti e arcitrattati su questo blog, quindi non ci torno sopra.
Pongo invece ai lettori, all’OdG e all’illustre collega a riposo una domanda un po’ più complessa e insidiosa.
Se i “giovani” fanno bene a espatriare perchè da noi “si sta stretti”, qual è la soglia di questa “gioventù”? E’ uno spartiacque anagrafico o professionale?
Un giornalista di trentacinque anni è giovane o vecchio? E uno di cinquanta?
No, perchè bisogna capirsi: nei fatti un quarantenne ha davanti ancora 30 anni di professione, un cinquantenne ne ha 20 e non sono certo figure che si possono rottamare o “esportare”. Quindi che dovrebbero fare? Farsi da parte per far posto a chi ha meno anni di loro? E campando con che cosa, visto che già adesso fanno una fatica del diavolo?
Insomma, vorrei che qualcuno mi spiegasse perchè si voglia fingere che nella professione giornalistica ci si divida nettamente tra “vecchi” (cioè?) e “giovani” (ovvero?), mentre la realtà dimostra che la stragrande maggioranza dei colleghi che esercita professionalmente, cioè con professionalità, il giornalismo si colloca proprio tra i 30 e i 55 anni. E che comunque in questa fascia di età i colleghi sono decine di migliaia.
Ad esempio proprio la quarantenne del cui espatrio “giovanile” a Roma ci si compiace.