Della stampa si parla, spesso giustamente, malissimo. Nulla si dice invece di chi la corteggia nel bisogno, ma poi la ignora o la osteggia. E’ qui però che bisogna dimostrare di saper essere professionisti davvero.

 

L’articolo 51 del nostro codice di procedura civile sancisce i casi in cui un giudice è tenuto, per obbligo di terzietà, ad astenersi dal giudizio. E tra questi inserisce la figura del “commensale abituale“.

Secondo la prevalente dottrina e giurisprudenza, dicesi commensale abituale “ogni soggetto appartenente a una cerchia di persone con affectio familiaritatis, ossia con interessi comuni, frequenza di contatti e di rapporti, di tale continuità da far dubitare della loro reciproca imparzialità e serenità di giudizio”.

Si tratta di una norma che si attaglia alla perfezione anche alla disciplina dei diritti e doveri del giornalista. Il quale, per dirla più pedestremente, non può essere al contempo arbitro e giocatore.

E’ ovvio che, nel nostro campo, questa regola è ampiamente disattesa e non sono rari, anzi sono frequentissimi, i casi di imbarazzante continuità tra intervistatore e intervistato, recensore e recensito, inquirente e inquisito. Circostanze nelle quali la commensalità abituale è una chiosa perfino riduttiva dei plateali conflitti di interesse a cui, in ogni settore del giornalismo, capita di assistere.

Intendiamoci: non è il caso di fare per forza i Savonarola, nè i superciliosi, nè i moralisti ad ogni costo.

In una vita di lavoro si verificano eccome, infatti, le circostanze in cui, per affinità elettiva o chissà perchè, da interlocutori si diventa amici, da controparti si diventa parti, da nemici si diventa alleati. Con l’instaurarsi della familiarità, anche conviviale, che ne consegue. Ma che non è automatica. E soprattutto implica, o dovrebbe implicare, l’astensione.

Una cosa è infatti diventare amici di qualcuno ogni tanto e nel tempo, sancendo di fatto un cambio di sponda, un’altra diventarlo sempre e subito, o considerarsi reciprocamente e ipocritamente tali, di tutti o quasi, darsi del tu tra perfetti estranei al primo incontro, ostentare cameratismo e complicità quando, a rigor di logica, si dovrebbe porsi su binari diversi, se non opposti.

Per questa, secondo me solare, ragione, quando sono sul lavoro cerco di mostrare sempre una cortese distanza dagli interlocutori che non conosco o conosco poco. Di dare scarsa confidenza: quel tanto che basta, anche col sorriso sia chiaro, a mantenere i reciproci ruoli, per poter fare domande o critiche senza provare imbarazzi. Ciò in cui insomma consisterebbe il nostro mestiere.

Per i medesimi motivi è anche naturale, diciamo umano, che chi sta dall’altra parte certe distanze cerchi di accorciarle, di smussarle, di creare una sintonia o una complicità, nella speranza di ottenere l’indulgenza o perfino l’accondiscendenza che si addice al famoso commensale abituale. Un gioco sottile in cui il giornalista deve sapersi ben districare, restando sempre pronto a cogliere le sfumature e a non farsi mettere nella posizione di dover tacere per eccesso, appunto, di familiarità. Caso in cui dovrebbe invece astenersi.

Trattasi senza dubbio di un’arte difficile, ma necessaria, da esercitare

La cosa più divertente è però quando le posizioni si invertono. Quando cioè chi fino a ieri avrebbe fatto carte false per avvicinarti e mostrarsi, nonostante la nessuna frequentazione pregressa, un tuo solido commensale, poi svicola a tutta mancina, come il Leone Svicolone dei cartoni animati degli anni ’60, se la tua vicinanza non gli serve, o se subodora domande scomode, o banalmente non ha notizie di suo unico e immediato tornaconto da “venderti”.

Ed è qui che si vede il buon giornalista: il quale, da uomo di mondo, deve sempre mangiare la foglia e fingere di non avvedersi dello sgarbato voltafaccia, continuando a fare senza sconti il proprio lavoro.

In questi giorni, ad esempio, sto giust’appunto per affrontare una circostanza del genere: devo parlare con un tizio che, dopo avermi corteggiato per anni come fossi la Bellucci nel suo massimo fulgore o come se da sempre mangiassimo la zuppa insieme, da un po’, temendo certi argomenti mi scansa, si nega, ostenta indifferenza e addirittura estraneità. Ma io, col sorriso sulle labbra, non mollo: E lui, prima o poi, dovrà affrontarmi.

Sono curioso di vedere la reazione, quando sarà il momento.