IL TESTACODA DEL SABATO MATTINA
È tutto bello (per voi che leggete): voi fissate con un tizio alle 9, lui si presenta alle 6 e come giustificazione dice che “è quasi uguale”.
Fine.
La vita, la professione e il mondo offrono quotidianamente ottimi motivi per arrabbiarsi. Qui una silloge di commenti sparsi: a base di vetro e sabbia, s’intende
È tutto bello (per voi che leggete): voi fissate con un tizio alle 9, lui si presenta alle 6 e come giustificazione dice che “è quasi uguale”.
Fine.
Come ogni mattina, anche oggi mi chiedo come farebbero i massimi leader mondiali, i capi dei più importanti servizi segreti, gli strateghi dei più alti livelli, i geopolitologi più prestigiosi e gli economisti più autorevoli senza abbeverarsi alle informazioni esclusive e alle letture su ogni argomento approfonditissime dei frequentatori di fb, alla cui scuola non a caso si sono formate anche legioni di filosofi e fini pensatori.
Chi fa da sè fa per tre è un proverbio senza dubbio portatore di una certa verità, quindi onore al merito di chi si arrangia da solo, anche quando si tratta di scrivere comunicati stampa sulla propria attività.
La cosa diventa però un po’ imbarazzante se nel testo l’estensore si cita con nome e cognome, si autoincensa oltre misura facendo ricorso ad aggettivi magnificanti e si attribuisce fama, onori e glorie tutti da verificare. Alla fine firmandosi pure, con sicuro e ridicolo effetto-cortocircuito (per non dire peggio).
Assodato che:
– il 50% della gente legge solo i titoli dei giornali;
– un altro 30% legge anche i sommari;
– che quindi solo il 20% legge tutto;
– che non è detto che né i primi, né i secondi, né i terzi capiscano ciò che hanno letto;
– che molti giornali riportano il tempo di lettura richiesto per gli articoli pubblicati (media 3 minuti);
– che sull’on line la permanenza media su un articolo è (mi dicono, attendo smentite) di 20 secondi: tutto quanto sopra premesso, mi chiedo che scrivo a fare e perché qualcuno dovrebbe pagarmi per farlo.
Si dice, giustamente, che il giornalista deve sempre sapere di non sapere e, quindi, coltivare il dubbio come strumento di lavoro.
Postulato ineccepibile.
Poi, è ovvio, tutto si adatta ai tempi.
Stamattina, ad esempio, sono dubbioso se sia peggio essere invitati a una conferenza stampa oggi per oggi o ricevere un comunicato che a cose fatte ti racconta cosa si sono detti a una conferenza stampa di cui non sapevi nulla.
Miracoli del web, dell’offerta didattica dell’università della vita e dell’uno che vale uno: in men che non si dica centinaia di finissimi esegeti delle misees della Pausini e del Ditonellocchio o nellapiaga o come si chiama rivelano la loro vera e intima natura di esperti di geopolitica, con particolare riferimento alla crisi del Golfo, sciorinando analisi che Kissinger je fa ‘na pippa.
Sono molto invidioso.
Il ridicolo perbenismo svenevole e moralistico che, insieme all’elettronica, sta rovinando il calcio e ha già rovinato la F1 (o ciò che ne restava) è ora approdato anche nel motociclismo, con penalità grottesche a fronte di infrazioni inesistenti o microscopiche. Di questo passo verranno proibiti i sorpassi e verrà messo l’autovelox per assicurarsi che non si superino i limiti di velocità.
Prossimo step: corse fatte col simulatore, così nessuno rischierà di farsi male.
Patetici.
Mio primo ed ultimo commento su Sanremo: da anni sto cercando qualcuno che mi spieghi, con argomenti comprensibili e logica coerente, come sia possibile che il festival – il quale, anche a prescindere dal valore artistico e di costume che gli si dà, è sempre un festival di canzonette – attiri un’attenzione popolare e mediatica da riempire per settimane i social e i primi titoli di quotidiani, tg e rotocalchi.
È una domanda seria e non chiedo per un amico, chiedo per me.
Per avere un’idea del livello di dealfabetizzazione della società italiana, e dei giornalisti, ho sentito poco fa su Prime Video qualcuno sbalordirsi perché qualcun altro ha usato il correttissimo termine di “gibbosità” per indicare le ondulazioni del campo.
Poggi e buche. Buche culturali, tante.
