colpi d ascia

La vita, la professione e il mondo offrono quotidianamente ottimi motivi per arrabbiarsi. Qui una silloge di commenti sparsi: a base di vetro e sabbia, s’intende

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LA CARICA DEI 77

Per caso mi cade ora l’occhio su un’iniziativa turistico-ministeriale tenutasi nei giorni scorsi e alla quale non ho potuto partecipare.
La particolarità è la seguente: il programma prevedeva 77 (settantasette) interventi, ancorchè spalmati su una durata di otto ore.
Breve calcolo: otto ore corrispondono a 480 minuti, i quali equivalgono a una durata media di 6 minuti a intervento.
Prima domanda: quali contenuti e approfondimenti si potranno mai esprimere in appena sei minuti?
Qualcuno dirà: sì, ma magari molti fanno solo un saluto e altri si prolungano. Forse sì, ma allora sorge la seconda domanda: che bisogno c’è di convocare (e mobilitare, con conseguente spreco di tempo e risorse) quasi cento persone tanto per far fare loro una noiosissima passerella e far durare otto ore un incontro in cui in temi possono essere proficuamente sviscerati in tre?
Temo che ci sia una sola e unificatrice risposta: il vaniloquio della politica.
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QUELLI CHE AL VINITALY… 

Rassegna semiseria di risvolti patologici.

– quelli che girano per la fiera zaino in spalla e che, convinti di essere sottili come sardine, urtano, sfasciano e occludono tutto ciò che incontrano.

– quelli di cui sopra che, sempre con lo zaino (indossato sopra piumino, stile omino Michelin), pretendono di incunearsi tra le strette file delle degustazioni, con effetto-strike sulle distese di bicchieri, naturalmente pieni.

– quelli che progettano tipograficamente la piantina della fiera e, anziché in pratico e tascabile formato A4 o anche meno, stampano un poster pieghevole buono forse, se aperto, a stare nella cameretta a fianco di Totti o Madonna.

– quelli che, nel momento del massimo affollamento operativo, da bravi nullafacenti si assembrano in capannelli ai crocicchi dei padiglioni, parlando di calcio o di donne e impedendo il passaggio anche degli spilli.

– quelle che nell’angusto vano degli armadietti in sala stampa entrano ancheggiando sui tacchi 12 e pretendono di cambiare le calzature, e a volte pure l’abito, proprio lì.

– quelli che con clima tropicale e umidità da foresta pluviale circolano imbacuccati in giacca a vento, gilet di cashmere sotto il blazer, sciarpa lanosa annodata attorno a collo e immancabile berretto in shetland stile caccia alla quaglia nelle highlands.

– quelli che scambiano le conferenze stampa per comizi e attaccano vaniloqui interminabili che nemmeno il leggendario radicale Ciocciomessere durante il filibustering parlamentare del 1981.

(continua). #vinitaly #quelliche

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VINITALY ULTIMA CORSA

Con quella consolante sensazione di deja vu che mescola noia strisciante e brividi di attesa, siamo ormai alle soglie del fatidico Vinitaly, l’appuntamento dove forse andare non serve, ma mancare è uno sbaglio.

Se n’è già scritto e anche ironizzato in abbondanza, da parte mia in primis. Un pensiero deve andare però anche all’oggettiva importanza dell’evento e a chi seriamente ci lavora.

Resta solo un ultimo quesito prima di approdare sulle sponde dell’Adige: il rutilare di inviti, annunci e relativi comunicati si arresterà domani, giorno dell’apertura ufficiale della fiera, o proseguiranno in corso d’opera, sollecitando la partecipazione ad eventi svoltisi il giorno prima?

Vi sapremo dire.

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IN AMOR (DI VINO) VINCE CHI FUGGE.

La vita professionale è vichianamente fatta di corsi e ricorsi. Ad esempio ci sono quelli che durante l’anno ti ignorano, o per i quali non esisti (e magari hanno ragione, eh!), ma poi arriva il Vinitaly e loro, avendo bisogno di riempire stand ed inutili eventi in un regime di feroce concorrenza, ti tempestano di inviti, recall, chiamate, flautati messaggi, whatsapp confidenziali o complici e perfino si offrono di accompagnarti di persona, passo dopo passo, in una transumanza fieristica tra i loro dispersi clienti. Ora, come noto, ho il massimo rispetto di chi fa bene e con trasparenza quel difficile lavoro, che nei limiti delle mie possibilità cerco pure di agevolare. Quindi porte (relativamente) aperte. Ma allo stesso modo nulla mi mette più di un controproducente malumore di coloro i quali, con un’ipocrisia che supera il minimo sindacale della professione, ti corteggia sfacciatamente per qualche giorno prima di tornare a toglierti il saluto. Così, semel in anno, mi tolgo qualche sassolino. E a volte qualche pietrone, perchè ho memoria lunga e nessuno scheletro nell’armadio.
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CONTRAPPASSO STAMPA

Paludata e inattesamente affollata conferenza stampa. Mi guardo intorno: non conosco quasi nessuno. Sono le nuove generazioni di colleghi, penso. Però vedo solo gente dalla cinquantina in su.

Accanto a me si siede una signora un po’ attempata che, dopo qualche minuto, mi chiede: “Scusi, lei che lavoro fa?”.

Io, tra l’imbarazzato e lo sbalordito, rispondo: “Beh… il giornalista”.

E lei, più sbalordita di me: “Davvero?!?”.

Fine.

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NON AVREI MAI PENSATO

Non avrei mai pensato che mi sarei disamorato della Nazionale. Non tanto per essere usciti oggi dalle qualificazioni ai Mondiali, e nel modo che si è visto, quanto per essersi ridotti per la terza volta consecutiva a spareggi disperati contro squadre di terza fascia, evidentemente però migliori di noi. Spareggi squallidi, pieni di scuse e autoassoluzioni, di recriminazioni pelose sugli episodi, come se l’Italia calcistica non avesse il dovere, dico il dovere, di imporre una tradizione che appare ormai quasi dissolta. Un’involuzione irreversibile che si tocca tutti i giorni nei cortili dove non si gioca più e nei campetti di erba sintetica su cui nessuno sa più dribblare.

Del resto, quando il massimo obbiettivo non è vincere il Mondiale, ma qualificarsi, di che vogliamo parlare? Non a caso abbiamo un campionato in cui si aspira ad arrivare quarti, mica primi.

Dicevano che la colpa era di una generazione di calciatori inferiore alle precedenti. A me paiono già due e senza prospettive per il futuro.

Che tristezza.

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UN’INDISPENSABILE RETTIFICA

C’è da fare una doverosa rettifica.
Non è vero che i più meritevoli di una inguaribile vendetta di Montezuma sono quegli uffici stampa che mandano a caso comunicati tripli di 100 MB ciascuno e di nessuna utilità per te (come dovrebbero invece sapere, visto il mestiere che fanno), intasandoti oltretutto la posta.
No.
Più meritevoli di loro sono quegli uffici stampa che fanno quanto sopra, poi si accorgono di qualche errore e ti mandano nuovamente triplici errata corrige di 100MB, etc etc.
Propongo per costoro la sospensione di qualsiasi fornitura di Imodium, Bimixin, Enterogermina e similia, affinchè i disagi derivanti dalla vendetta siano completi, inesorabili, inarginabili.
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LA BEATA INGENUITA’

Come altro vuoi definire lo stato della timida e sconosciuta autrice della telefonata ricevuta oggi all’ora di pranzo dal numero sconosciuto di una sconosciuta agenzia di pr, che a due-settimane-due dal Vinitaly, e dico il Vinitaly, mi chiede se ho visionato l’invito che mi ha inviato pochi minuti prima e se posso già confermare la mia presenza al secondarissimo, anzi diciamo pure terziarissimo evento?

Forse sto invecchiando, ma mi ha fatto tenerezza.
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BRUTTO SEGNO

Di norma, la nausea ti viene se, a stomaco pieno, qualcosa di negativo ti guasta la digestione. Se invece la nausea ti viene prima ancora di fare colazione, alla sola lettura dei giornali e soprattutto di FB, ecco: è un segnale veramente pessimo.