colpi d ascia

La vita, la professione e il mondo offrono quotidianamente ottimi motivi per arrabbiarsi. Qui una silloge di commenti sparsi: a base di vetro e sabbia, s’intende

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PRIMO BILANCIO DI UN BOUNTY BILLER (non è un refuso)

Oggi ho dedicato qualche minuto all’aggiornamento della contabilità delle tacche sul calcio del mio fucile digitale. Ognuna rappresenta l’incenerimento in black list uno di quei deficienti (che per rispetto degli uffici stampa non chiamerò uffici stampa) i quali – senza conoscerti, nè avere un’idea di chi sei o che fai o di che ti occupi e ovviamente senza alcun preavviso o autorizzazione – mi mandano allegati monstre che a volte superano i 50 MB e pure copia doppia o tripla, intasandomi la posta elettronica.
Sono soddisfatto di me: sono arrivato quota 26 tacche e la mia casella ne ha assai positivamente risentito. Anche il mio umore è migliorato parecchio.
Se fosse vero il modo di dire secondo cui ne colpisci uno per educarne cento, dovrei essere considerato il docente di 2.600 mariuoli.
Diciamo che gli ho mandato il conto.
Non male, dai, anche se la guerra è lungi dall’essere finita.
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LA FINE ANSIOGENA DELLA VACANZA

Vi avviso: il conto alla rovescia è cominciato. Inesorabile.
Tra poco più di cento ore realizzerete con terrore che quanto avete diligentemente fatto nelle settecentoquarantaquattro precedenti è stato inutile, del tutto inutile. Voi vi siete applicati al massimo: siete stati all’ombra, avete bevuto molti liquidi, avete assunto fibre (fa sempre bene all’intestino), non avete fatto jogging a 40° e avete evitato lo stufato d’orso bruno a pranzo, a cena e pure a colazione.
Eppure ormai ci siamo: pochi giorni e i brillanti consigli anticaldo spariranno dalle pagine dei giornali per lasciare il posto a quelli, mirabolanti, contro lo stress da rientro.
Un’autentica malattia sociale, una jattura divina.
Quindi preparatevi ad ingaggiare psicologi, a ingurgitare ansiolitici ma dedicati sennò non funzionano (lo dice la tv), a iscrivervi a gruppi di autocoscienza, a calibrare gli sforzi mentali (nelle prime due settimane essere costretti a fare o pensare a più di tre incombenze al giorno potrebbe risultare fatale), a leggere libri sul tema e a dare ascolto agli “esperti” (anche se non si capisce di che).
Comunque, tranquilli. Dopo il terzo lunedì la morsa si allenterà e sarete tornati in piombo, lucidissimi, pronti a dedicarvi al duro lavoro autunnale: programmare le vacanze di Natale. Del resto, mancano meno di quattro mesi.
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LA NARRAZIONE

Lo so che spesso siamo proprio noi (parlo in generale ovviamente) che la facciamo la “narrazione” dei fatti, insomma quella certa lettura un po’ orientata e conformista delle cose che poi diventa mainstream consolidato. Ma che giornalisti in buona fede abbocchino abitualmente, come tinche, alla narrazione di chiunque, continua a sembrarmi abbastanza stupefacente. E mi paiono troppi per essere tutti collusi.
Boh…
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RIVOLUZIONI

Ora che il massimo quotidiano nazionale mi ha spiegato con una corposa articolessa che per riposare bisogna dormire in una stanza fresca, al buio e senza stare arrotolati su se stessi, mi sento molto, ma molto più tranquillo, fiducioso nel futuro e perfino più riposato a prescindere. Ci voleva.
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TRENT’ANNI SPRECATI

Abbiamo sprecato trent’anni a stigmatizzare e schernire chi titolava di un’Italia “stretta nella morsa del gelo” per trovarci in una canicola infernale dove i giornali titolano di un’Italia “stretta nella morsa del caldo”.

Siamo fritti.

Anzi, siamo cotti.

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3 SETTEMBRE 1960

Quel giorno avevo poco più di una settimana di vita. Livio Berruti vinceva i 200 metri alle olimpiadi di Roma, stabilendo il record del mondo. Mia nonna mi raccontava sempre di quell’impresa, che non potevo ricordare ma che aveva marcato la mia nascita (nacqui in concomitanza con l’inaugurazione).

Addio a un campione mitico.

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MIO DIO, COME SONO CADUTI IN BASSO… 

I meno giovani forse ricorderanno un filmino pruriginoso degli anni ’70 interpretato dalla compianta Laura Antonelli, e intitolato “Mio Dio, come sono caduta in basso” .

Ebbene, vi comunico che da un po’ sono caduto in basso anch’io.

Anzi, più in basso.

In realtà non caduto, come loro stessi mi comunicano, ma sospinto dai mentecatti artificialmente intelligenti e sostanzialmente imbecilli sgherri di FB, i quali hanno inteso leggere in un post (peraltro non mio) che parlava di vino un inno a chissà cosa (droga, violenza, blasfemia Belzebù, le cavallette? Boh!) e pertanto in via unilaterale hanno deciso che il medesimo e i successivi sarebbero stati posti, appunto, “più in basso”. Non si capisce di preciso perché, né fino a quando, né più in basso quanto.

Mi offrono però l’opportunità, bontà loro, di chiedere un “controllo” perché, si sa, sono scemi ma giusti.

Cosa che ho subito fatto, si capisce, sebbene non nella speranza di una reale revisione della ridicola decisione ma col preciso scopo di poterli dileggiare meglio.

Obbiettivo centrato, perché l’iter è davvero un inno alla surrealitá più occhiuta: poiché vedono infrazioni che non ci sono, te ne chiedono giustificazioni ovviamente impossibili e restano, pertanto, della loro sciocca e preconcetta idea.

Che ebeti. Loro e soprattutto chi supeciliosamente e correttopoliticamente li istruisce.

Direi doppiamente ebeti, perché su altre pagine e altri profili i post restano al loro posto.

Però la sicurezza e la moralità mondiali, grazie ai loro controlli, sono salve.

Che culo, eh?

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UNA DECISIONE APODITTICA

Dopo quasi quarant’anni di dubbi, ponderazioni e ubbie, ho deciso: mi stanno più sulle palle i giornalisti-militanti che i giornalisti incapaci. E poi la sorpresa: sono molti di più i militanti degli incapaci. E raramente i militanti sono anche incapaci, quindi la condanna è doppia. Appendice aggravante: i militanti non si rendono conto di esserlo. Poveri noi.
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LE VACANZE DEGLI ALTRI (E I GUAI TUOI)

Supponiamo che davvero, come ci raccontano anche senza scomodare Soumahoro, le vacanze siano un “sacrosanto diritto” di tutti.
Bene.
Credo però che sarebbe un sacrosanto dovere di chiunque avvisare con congruo anticipo il prossimo delle proprie incipienti ferie.
Per una questione di civiltà, oltre che di opportunità.
Personalmente, da libero professionista puro, l’ho sempre fatto, per non mettere in difficoltà i miei clienti e committenti qualora avessero bisogno di me quando non ci sono.
Ma il principio vale per tutti: negozi, uffici, artigiani.
Perché una cosa è smadonnare se, quando ti si rompe il rubinetto, sai che il tuo idraulico è a Formentera, sai quando torna e magari ti ha pure detto a chi rivolgerti in caso di emergenza. Un’altra è avere a che fare con uno che dall’oggi al domani sparisce, non si sa fino a quando, non risponde al telefono né a nulla e tu potresti tranquillamente morire affogato in casa tua.
Di solito, poi, al danno segue la beffa: rientra l’artigiano ma subito a ruota va in ferie il rivenditore dei rubinetti che lui deve sostituire.
Nessuno dei vacanzieri senza preavviso si stupisca, dunque se, dopo un mese passato a bordo del canotto in cucina, alla fine delle ferie altrui il povero cliente cambia idraulico ed è anche un po’ seccato.

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DELLA DECADENZA

Un sintomo della decadenza di qualcosa di già strategico e oggi ridotto a mera burocrazia da passacarte è quando tu come giornalista chiedi notizie a un ufficio stampa e quello non ti risponde “vediamo”, “fammici pensare”, “cerco e ti dico”, “risentiamoci domani, “provo con un paio di telefonate”, “ti faccio sapere”, “uhm” o qualcosa di simile, ma semplicemente “boh!”.
Come mi è appena successo di sentirmi rispondere da parte di chi, ignaro di essere lì per fare un delicato lavoro di relazione, si annoia pensando invece di stare al banco informazioni turistiche a distribuire volantini al pubblico.