Strani risvegli nella vecchia casa di campagna. Tra i fantasmi di Anne Briggs e Jacqui McShee, i volti dei Chieftains e un tocco di Paolo Conte. Il tutto in alta fedeltà.

Stanotte ho sognato la musica.
Forse non è una cosa strana, ma per me lo è parecchio, visto il ruolo centrale che, in ogni senso, la musica ha sempre avuto nella mia vita. Una cosa strana e inusuale.
Perché non l’ho solo sognata.
L’ho anche sentita. Proprio udita, fisicamente.
E la cosa più straordinaria è che l’ho udita in alta fedeltà. Cioè con una qualità di suono, una nitidezza, una separazione degli strumenti, una percezione assolutamente inimmaginabili. Praticamente stereo.
Del sogno non ricordo né il prima, né il dopo.
Ma ricordo con chiarezza fotografica la scena della musica.
C’era un grande salone, come la sala di un castello o l’aula magna di un’università, tutto rivestito di legno di colore castagno, ma con il soffitto chiaro.
Io ero all’ingresso. In fondo e al centro c’era un’orchestra in frac.
Su un palco leggermente rialzato, uno accanto all’altro, c’erano il primo violino e il violoncello. Davanti a loro gli altri orchestrali, senza direttore.
Suonavano una musica che adesso non riconoscerei, ma in sogno sapevo (non so come) trattarsi di un classico della tradizione irlandese, “She moves through the fair” (qui). Sebbene non ci fosse alcun cantante.
Un’esecuzione splendida, un arrangiamento complesso, elaborato, ma pieno di aria, di trasparenza, quasi lucente.
Ricordo che mi compiacevo non solo della bellezza del brano, ma anche e forse più della stupefacente perfezione con il quale lo udivo, afferrando dettagli mai sentiti prima, il gioco raffinato di incroci tra gli strumenti ad arco, la base cesellata del suono dell’orchestra, che dava alla canzone una pienezza, una completezza inusitate. Mi sono accorto di riuscire a percepire ogni arpeggio, ogni vibrare di corda del primo violino, ogni tocco sfiorato dell’archetto. E mi sono detto che era tutta un’altra cosa. Mi sono anche stupito di me stesso, chiedendomi un po’ risentito come mai, in quarant’anni di ascolto, non fossi mai riuscito a cogliere la musica in tutta questa sua ampiezza, ad ascoltare la meravigliosa screziatura di quegli arrangiamenti e quella tessitura strumentale capace di un’efficacia espressiva da me mai sperimentata prima.
Poi la scena è cambiata. Non ricordo come e perché.
Il sogno è continuato e alla fine mi sono svegliato. Nessun prima e nessun dopo, ma questa scena durata quanto tempo, chissà, forse trenta secondi, mi rimane stampata negli occhi.
Da stamattina il mio subconscio, come nelle sindromi che precedono quelle che con gli amici chiamiamo le insonnie musicali – notti interminabili durante le quali, spesso contro la tua volontà, sei tenuto desto da una canzone, magari un banale jingle pubblicitario, che ossessivamente la tua testa ha deciso in sua autonomia e a sua insindacabile scelta di cantare dentro di te – non ha smesso di risuonare delle note di “Cruel sister”, un’altra antica ballata tradizionale inglese.
Per la precisione, la versione dei Pentangle (qui) nell’omonimo disco del 1970.
E ora che ci penso, il primo violino aveva le sembianze del povero Derek Bell, l’arpista dei Chieftains.
Flashback albionici di una notte di quasi estate. Onirismi. Tortuose coincidenze.