Oggi il quotidiano fondato nel 1998 da Riccardo Berti sospende le pubblicazioni. Il primo numero lo tenni a battesimo anch’io, il 26 maggio del 1998. Ci hanno imparato il mestiere in molti. Ora i giornalisti superstiti se ne vanno con tredici mensilità arretrate.

Lungi da me l’idea di entrare nel merito delle vicende politiche e giudiziarie, con tutto il sordido squallore di rancori che queste cose si portano dietro.
A me, in questo momento, non importa un fico secco delle presunte responsabilità dell’onorevole Verdini, delle indagini, dei lunghi coltelli della partitocrazia che si affilano nelle rese dei conti dietro le quinte.
Sarà quel che sarà.
A me, in questo momento, interessa solo ricordare che quattordici anni e mezzo dopo, più o meno, quel 26 maggio 1998, il Giornale della Toscana – quotidiano nato come costola regionale del più celebre foglio già montanelliano – non sarà più in edicola. Chi l’avrebbe detto, quando si brindò con in mano il primo numero fresco di stampa, assieme al povero direttore Berti (qui), il vice Mazzoni, un paio di uomini-macchina, qualche giovane caposervizio (quorum ego) e un gruppo di giovanissimi.
Tutto resta adesso, assai poco realisticamente, appeso alle trattative con il solito fantomatico “socio”. Ma fra otto giorni parte la messa in liquidazione e il 24 arriva l’ufficiale giudiziario.
Nel mezzo stanno una dozzina di colleghi a spasso e in credito di ben tredici mensilità, un progetto forse mai decollato del tutto, qualcuno che nell’ombra si strofina le mani per puro odio ideologico, un’agonia durata troppo a lungo, il tira e molla sconcertante delle mezze verità, l’amarezza delle mille promesse non mantenute.
Ora si leveranno il consueto coro sul pezzo di libertà perduta, la solidarietà non sempre sincera, gli stanchi riti sindacali e infine quel sottile senso di rassegnazione che coglie un po’ tutti in queste circostanze.
Io voglio provare però a uscire dal gruppo. Non da quello dei dispiaciuti, è ovvio, perchè dispiaciuto lo sono profondamente per questo epilogo inglorioso, ma da quello dei disfattisti: per me e per tanti amici il GdT è stato, infatti, anche una grande scuola di giornalismo. Una specie di trincea dove eri condannato a stare sempre contro, a torto o a ragione che fosse. Se non lo eri, è perchè ti ci mettevano.
E per questo, almeno, dobbiamo ringraziare la redazione di via Cittadella.
A prescindere dalle responsabilità di chi l’ha portata a fondo.