Ci ha lasciato il collega Antonio Villoresi. Per tutti “Villo“, per me “Episcopus“, compagno di scorribande mai discoste, però, dal modo toscano, un po’ cinico e un po’ ironico, di fare giornalismo. Le esequie oggi alle 16 a San Miniato a Monte, Firenze.

 

Da sempre lo chiamavo “episcopus” e lui ne rideva assai.

Dicevo che era l’arcivescovo del giornalismo vinicolo toscano. Ero convinto che ne avesse le mosse benedicenti e il phisique du role, fin dal giorno che lo conobbi a una remotissima conferenza stampa di metà anni ’80: lui stava lì a pontificare sornionamente tra i bicchieri, con quel suo sorriso ironico e un tono in abile equilibrio tra il predicatorio e il meleggiatorio, e io lo guardavo cercando di capire chi avevo di fronte.

Ero un cronista principiante e sulle prime non credo gli abbia fatto piacere che fossi arrivato a rompergli le uova nel paniere come collaboratore del “Giornale” di Montanelli, a cui con ben altri galloni contribuiva anche lui, quando già era una colonna de “La Nazione“.

So che chiese informazioni (“Ma chi è questo? Il solito raccomandato?“) ma la cosa, anzichè infastidirmi, mi onorò parecchio: se qualcuno che era già qualcuno, anzichè snobbarmi, si interessava di me ultimo arrivato, voleva dire che quell’ultimo arrivato si era almeno fatto notare.

Il Villoresi del resto era un collega di lungo corso, che il mestiere l’aveva percorso tutto, come sarebbe giusto e opportuno per chiunque: cronaca, giudiziaria, esteri, economia.

Di lì in poi fra noi fu tutta una discesa di incroci professionali, chiacchierate, bottiglie svuotate, bicchieri girati e pappatorie varie (sì, perchè il Villoresi seguiva anche il settore del vino e dell’enogastronomia), nella condivisa disillusione sugli orizzonti luminosi e progressivi del nostro lavoro.

Per un lungo periodo fummo compagni di merende a cavalcioni tra il vino bevuto e il vino misurato, nel senso di economia vinicola.

Episcopus apparteneva a una generazione giornalistica anteriore alla mia, quella che davvero aveva vissuto la redazione, scendeva in tipografia, faceva le nottate. Una stagione eroica e oggi forse dimenticata o relegata tra i ricordi precocemente seppiati, sebbene di tempo ne sia trascorso tanto, sì, ma in fondo non poi tantissimo.

Ci sarebbe poi tutta un’aneddotica da raccontare e in cui ritrovarsi a sghignazzare insieme.

Al solito, con la pensione, le cose si sono un un po’ rarefatte, ma certamente non cancellate. La stima e l’affetto, anzi, sono rimasti, come la voglia di motteggiare e di darsi a volte di gomito quando certi svarioni proprio non si poteva far finta di non vederli.

Ciò che non posso fingere di non vedere è invece questa prematura scomparsa. E cerco di attenuarne l’effetto pubblicando una vecchia foto che secondo me restituisce bene quello spirito militante ma gaudente, o viceversa, che permeò una certa stagione della nostra carriera. Nostra e non solo, caro Antonio.