Che l’olio di qualità e il relativo immaginario collettivo siano ottimi strumenti di marketing, non c’è dubbio. Ma fare troppo leva su immagini edulcorate rischia di coprire una realtà assai meno rosea.

 

Ho partecipato la scorsa settimana a Firenze alla presentazione, organizzata dalla Regione, della Selezione 2023 degli olii extravergini Dop e IGP toscani: cinquantadue etichette “di eccellenza”, come oggi si usa dire, individuate in un più ampio ventaglio di partecipanti da una commissione composta da capi panel e assaggiatori toscani inseriti nell’albo nazionale del Ministero. Quella che si potrebbe definire insomma la punta di un iceberg qualitativo, visto che la produzione regionale è tra le più celebrate. O anche, come è stato detto, il “red carpet” dell’extravergine made in Tuscany.

Si trattava di un’occasione ideale per fare il punto sul settore e pure un po’ di propaganda al medesimo. Occasione che la Regione non si è fatta sfuggire, allestendo attorno all’evento una tavola rotonda con tanto di testimonial (l’attore-olivicoltore bio Marco Columbro) ed ampio parterre: la vicepresidente regionale e assessore all’agroalimentare Stefania Saccardi, il segretario della Cciaa di Firenze Giuseppe Salvini, il presidente di Promofirenze Massimo Manetti, il direttore di Fondazione Sistema Toscana Francesco Palumbo, l’analista dell’Ismea Tiziana Sarnari e la responsabile del Laboratorio Analitycal Laura Mazzanti.

I numeri (anno 2021) forniti dall’Ismea sono stati, come sempre, interessanti.

Ma servono a poco se non letti con disincanto, ossia calati nella complessa realtà, e se vengono evocati solo per edulcorare la pillola di un comparto che, nei fatti, è in grande difficoltà. Ne è uscito perciò un quadro molto bucolico, buono per le campagne di promozione mediatica, ma assai meno per sostenere le campagne quelle vere.

Facciamo degli esempi.

In Toscana, dice il comunicato ufficiale, ci sono 4 Dop e una Igp. Questa, da sola, copre il 95% (per un valore 27,8 milioni di euro) del totale della produzione certificata, equivalente a 29,3 milioni di euro (32% del dato nazionale). Considerando però che la Dop Chianti Classico copre un altro 4% della produzione certificata regionale e il 7% del valore della stessa e quindi 1,2 milioni di euro (ergo l’extravergine del Gallo Nero spunta prezzi quasi doppi della media regionale), ciò vuol dire che le altre tre Dop (Lucca, Seggiano, Terre di Siena) coprono insieme appena l’1% della produzione e il risibile valore di meno di 265.000 euro.

Come mai il contributo dato da queste tre Dop è così scarso? Modesto potere attrattivo, inefficienza o cosa?

Se, viste le piccole dimensioni, il caso di Seggiano è in realtà virtuoso, il caso senese, invece, è clamorosamente imbarazzante, considerati da un lato la vastità dell’area, il suo potenziale e l’avviamento, da un altro il fatto che il Consorzio è pressochè un fantasma, al punto che nelle ultime campagne è stato impossibile per le aziende accedere alla certificazione.

Le domande nascono allora spontanee: qual è l’utilità di questi enti, attivi solo sulla carta o quasi, e chi li gestisce? Cosa assorbe gli alti costi di certificazione e di burocrazia richiesti ai produttori? Dove, insomma, il sistema della valorizzazione qualitativa si inceppa, facendo parlare di “flop delle dop“?

Un altro esempio.

In Toscana, dicono i dati regionali, esistono oltre 91mila ettari coltivati ad olivo, circa 15 milioni di piante e quasi 37mila aziende, delle quali 9.800 iscritte a Dop e Igp. Una quota indubbiamente molto elevata, se si considera una media nazionale compresa tra il 2% e il 7%. Il problema però è che, facendo due conti, risultano anche mediamente 165 piante a ettaro (il minimo comunitario per accedere agli ecoschemi della Pac è di 60 piante fino a un massimo di 300, tetto che la Toscana ha fatto portare a 400): una densità ingestibile sotto il profilo tecnico-economico. Bastano poi altri due conti per rendersi conto di come, cifre alla mano, la superficie olivicola media per azienda sia di 2,46 ettari: dimensione ben al di sotto della soglia minima della sopravvivenza economica, pur con tutti i distinguo legati al fatto che nel sistema agricolo toscano l’olivo rappresenta spesso una coltura complementare rispetto ad altre aziendali.

La verità dunque è che, tolte le menzionate eccellenze e le poche imprese specializzate e perciò redditizie, l’olivicoltura toscana rimane in sofferenza ed altamente marginale, molto hobbistica, poco o nulla remunerativa.

Il che non sarebbe un male a prescindere, vista la fortissima valenza paesaggistica e, di conseguenza, estetico-turistica che l’olivo esercita nella regione. Elemento che non a caso l’assessore Saccardi ha sottolineato nel suo intervento.

Peccato che lo stato di semiabbandono o di coltivazione ai minimi termini a cui è ridotto il 70% dell’oliveto-Toscana produca di frequente, anche visivamente, un effetto opposto a quello desiderato.

Sia chiaro: il problema è cronico, anzi strutturale, e probabilmente il punto di non ritorno, da una prospettiva agronomica ed economica, è stato superato. Il prezzo medio spuntato all’ingrosso dall’olio toscano è di circa 8 euro al kg, ampiamente inferiore ai costi di produzione. Sotto il profilo imprenditoriale, l’olivicoltura è quindi quasi per tutti un’attività in perdita secca. Lo dimostrano, indirettamente, anche i numeri della selezione di olii (peraltro ottimi, in base all’assaggio) presentati alla stampa: 52 campioni scelti su appena 66 iscritti. Come dire che dei quasi diecimila produttori di extravergine Dop e Igp della Toscana, solo lo 0,66% ritiene opportuno partecipare a questo prestigioso evento.

Se dunque è vero, come è vero, che l’olivicoltura toscana contribuisce a tenere alta l’immagine della regione, la qualità del paesaggio e la cultura dell’extravergine, forse bisognerebbe cominciare a ragionare in termini anche diversi e a sostenere il settore per ciò che è: una forma rurale di giardinaggio e di mantenimento dell’ambiente, più che attività imprenditoriale.

 

 

 

 

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