Si sapeva da un pezzo, ma lo confermano anche i numeri. Come dimostrano i risultati di un interessante sondaggio condotto, via Facebook, da Ines Macchiarola per il suo gruppo “Comunicando”. In sintesi: i giornalisti freelance sono ormai roba da WWF.

 

Non sono un fanatico dei numeri e delle statistiche, che fatalmente tendono ad appiattire una realtà di solito assai più multiforme e composita di quanto fanno apparire. Ma i numeri non sono neppure un’opinione: nella loro staticità, qualcosa fotografano.
E spesso, anziché dimostrare, confermano quanto l’evidenza suggerisce.
Non è certo da ora, ad esempio, che su questa blog-zine e altrove si segnalano dati allarmanti, per non dire veri e propri si salvi chi può, sull’esercizio del giornalismo nella forma della libera professione. Un’attività ormai da anni in caduta libera di reddito (e quindi di libertà e pertanto di sostanza), i cui praticanti sono sempre più professionisti apparenti che reali. Giornalisti freelance di nome e di titolo, ma poco di fatto, perché non traggono da essa di che materialmente sopravvivere.
Tralasciamo per una volta le cause, comunque arcinote, che hanno condotto a questa grama situazione. E proviamo a vedere se, al di là delle petizioni di principio e delle grida di dolore, la sensazione della nave che affonda è suffragata anche dai numeri.
Così, tanto per capire l’effetto che fa.
E magari accendere il tarlo del dubbio nella mente dei tanti (ad esempio la ministressa Fornero, che vuole elevare le contribuzioni pensionistiche dei freelance per finanziare la riforma del lavoro dipendente, vedi qui) arciconvinti del fatto che, essendo i liberi professionisti, per apriorismo ideologico, dei ricchi gaudenti, essi debbano essere torchiati dal fisco.
Senza capire che non solo la categoria è stata già spremuta e quindi non ha più nulla da dare, ma anche che la sua consistenza numerica è ormai impalpabile e che un ulteriore giro di vite non farebbe che rendere più rapido il processo di estinzione, già in atto, della categoria. Se il disegno è questo, allora lo dicano e facciamola finita.
Mi viene in soccorso il sondaggio effettuato poche settimane fa, tramite il gruppo Facebook “Comunicando” da lei coordinato, dell’attivissima Ines Macchiarola, la quale mi ha gentilmente passato i dati – rigorosamente anonimi, va da sé – ricavati dall’elaborazione delle risposte a un suo questionario.
Non c’è molto bisogno di commenti. Anzi, non c’è bisogno di alcun commento oltre quello che già Ines ha fatto, rilevando che, come si evince meglio sotto, “il 78% dei giornalisti freelance (o dichiarantisi tali, ndst) è abbondantemente al di sotto della soglia di indipendenza economica ed è nella fascia d’età dai 30/40 anni in su. Chi ha da sempre esercitato la professione vivendo di questa è di fatto appena il 22% del totale. Inoltre (particolare importantissimo, ndst), il 17% dei partecipanti al sondaggio è composto da neo-autonomi in fase di start up professionale”.
Come dire che, considerato il già miserrimo 22% che “campa di giornalismo”, esiste una vasta schiera di giornalisti o quasi tali o aspiranti tali che non ha ancora superato la fase cruciale della selezione imposta dalla combinazione di condizioni di mercato, avversità personali, capacità professionali, carattere individuale, determinazione, buona e cattiva sorte, tutti fattori che incidono profondamente sullo sviluppo della carriera del libero professionista, mettendone continuamente a rischio la sopravvivenza.
Buona lettura.

Sondaggio: “In quale percentuale gli introiti professionali dei giornalisti freelance incidono sul bilancio reale di mantenimento della famiglia e quali sono le soglie di effettivo esercizio della professione? “
Di INES MACCHIAROLA.

Il sondaggio è stato lanciato l’11 aprile 2012, attraverso un evento pubblico creato su Facebook. Le interviste sono state tuttavia effettuate in privato ed in forma anonima, senza una votazione pubblica. E’ stato invitato a partecipare un totale di oltre cento iscritti al gruppo ‘Comunicando’, con il fine di ottenere un numero di risposte pari almeno alla metà degli invitati. Il risultato è stato raggiunto attraverso il contatto diretto con gli interessati.
Dal sondaggio sono emerse diverse casistiche:
1) il 38,8% dei professionisti dichiara, con la propria attività, di incidere sul bilancio familiare tra lo 0 e il 5%. Curioso che ben l’86% risulti essere single e aiutato da genitori e parenti per le spese fisse compreso di alloggio, mentre il 14% dichiara di essere coniugato e di vivere grazie al reddito del coniuge, compreso l’aiuto di genitori ormai pensionati.
2) Il 5,5% dichiara di incidere sul bilancio familiare tra il 18 e il 20%: si tratta di single che vivono di altra occupazione nel ramo della comunicazione.
3) il 17% dichiara di incidere tra il 25 e 30%: di questi, una metà è single aiutato da genitori e parenti per spese di affitto o vive con i genitori, l’altra metà è coniugato e aiutato dai rispettivi suoceri pensionati.
4) il 5,5% dichiara di contribuire nel bilancio familiare per il 50% ed è coniugato all’interno di un nucleo familiare sostenuto da due redditi.
5) il 5,5% dichiara di incidere sul bilancio familiare per il 60%. Si tratta di soggetti single mononucleo che esercitano un’attività compensativa di addetto stampa per aziende pubbliche.
6) L’11% dichiara di incidere per il 100% ed è costituito per la metà da soggetti single mononucleo e monoreddito, e per la restante metà da coniugati monoreddito.
7) il 16,6% invece rappresenta la quota di soggetti che sono giornalisti di nome con un’attività da freelance in start up ed in temporanea perdita.

Conclusione: solo l11% dei freelance vive unicamente dei proventi del proprio reddito professionale, mentre l’80% è sono abbondantemente al di sotto della soglia di indipendenza economica e con un’età tra i 30 – 40 anni in su. Chi ha da sempre esercitato la professione vivendo prevalentemente di questa è di fatto è il 22% sul totale, mentre quasi 17% è rappresentato da neo-autonomi in fase di start up e pertanto titolari di un’attività professionale non consolidata.