In uno “sfogo notturno” (qui) il collega Antonello Antonelli fa una riflessione sulla riforma dell’Odg e sul problema dell’accesso all’Ordine, che a suo giudizio rappresenta (giustamente) il punto focale della questione. Questa è la mia risposta.

Caro Antonello,
sai già che condivido la tua posizione, ma voglio andare più a fondo.
Partendo, appunto, dal fondo: si parla di “professione”. Anzi, nel nostro caso di “professione intellettuale“.
Per brevità, attingo da Wikipedia, che mi pare ne dia una definizione corretta: “Attività esercitata in modo continuativo a scopo di guadagno, di natura prevalentemente, anche se non sempre esclusivamente, intellettuale, il cui esercizio richiede una peculiare formazione culturale, scientifica e tecnica; si caratterizza per l’autonomia decisionale nella scelta delle modalità di intervento e per la responsabilità diretta e personale sul proprio operato“.
Bene.
Ma una professione la si “esercita” direttamente o prima ci si “accede“?
Cercherò di districarmi tra le difficoltà lessicali dovute al fatto che, in italiano, il termine “professionista” ha sia il significato a) di “persona che esercita una professione” che b) di “giornalista iscritto all’elenco dei professionisti” (in contrapposizione agli iscritti nell’elenco dei giornalisti pubblicisti).
Cominciamo dicendo che nel nostro ordinamento, organizzato per “ordini” (non entro nel merito della spercifica querelle, sennò non se ne esce più), per essere considerati professionisti (nel senso “a”), una professione non basta esercitarla, ma prima bisogna accedervi, cioè essere iscritti all’apposito albo. Ovvero superare una serie di prove tendenti a dimostrare che il candidato è in possesso della “capacità professionale“, intendendo per tale quell’insieme di nozioni, capacità, destrezza, familiarità, consapevolezza, principi deontologici ritenuti indispensabili nella figura del professionista (sempre in senso “a”).
In questa prospettiva, nulla cambia quindi se ci si riferisce ai “professionisti” (in senso “b”) o ai pubblicisti: tutti e due, per qualificarsi giornalisti, devono dar prova dell’acquisita capacità professionale.
I primi superando l’esame di stato. I secondi passando al vaglio degli ordini regionali, dopo aver frequentato un corso, sostenuto un colloquio e dimostrata la propria professionalità producendo la prova di un’attività continuativa di almeno 24 mesi e di 60 articoli, firmati e/o certificati dal direttore, nonchè CONGRUAMENTE retribuiti. Risottolineo il congruamente, che alla fine è la grande scriminante della faccenda.
Ora, se è vero che la figura del pubblicista, come delineata dalla legge 69/63, ha fatto il suo tempo e che sono nate all’interno della professione molte nuove figure (liberi professionisti, precari, cococo, etc), il principio non cambia: alla professione si deve “accedere”.
Ed è diritto/dovere dell’ordine tenere alta l’asticella quanto basta a svolgere un’effettiva selezione basata sulla preparazione degli aspiranti. Nonchè, aggiungo, vigilare sulla consistenza della massa professionale e, senza ovviamente mai impedire l’accesso a chi ne ha diritto, cercare comunque di governare la categoria allo scopo di garantire il massimo degli sbocchi professionali e/o di evitare gli esuberi.
Non entro, per brevità, nel nodo della preparazione universitaria perchè rimango convinto che, in un giornalista, cultura generale e “mestiere” imparato sul campo siano due qualità parimenti indispensabili e pertando non alternative.
Come vedi non entro nemmeno nel merito della questione pubblicisti sì/pubblicisti no, perchè secondo me è fuorviante. E’ evidente che, per come stanno oggi le cose, per me la risposta è “pubblicisti no“.
Ma nel senso che, per adeguare il sistema alla realtà, è necessario allargare la nozione di “giornalista professionista” estendendola appunto a una serie di figure diventate oggi numerosissime, se non prevalenti, nell’esercizio della professione: precari, freelance, autonomi.
Come? Mantenendo il requisito obbligatorio del superamento dell’esame e condizionando l’ammissione a questo alla dimostrazione dello svolgimento dell’attività in via esclusiva e/o (anche redditualmente) prevalente, nonchè sganciando il parametro del reddito minimo da quello del praticante (cioè dell’anello più basso dei “contrattualizzati”) per agganciarlo a quello del costo della vita.
In pratica, potrà diventare giornalista professionista chiunque eserciti la professione ricavandone un reddito superiore a un minimo indispensabile individuato ex lege in base a una serie di indici socioeconomici.
Butto lì, ad oggi: 12mila euro annui? Non credo si possa campare con meno. Nè che a un professionista si possa chiedere di ricavare di meno.
Questo tipo di soluzione porterebbe almeno tre benefici:
– consentirebbe di “regolarizzare” tra i professionisti (in senso “b”) tutti i giornalisti che oggi operano professionalmente, ma sono ingabbiati per ragioni formali nel recinto dei pubblicisti;
– si disincentivebbe (ammesso che sopravviva) l’assalto all’elenco dei pubblicisti come “primo stadio” della professione: esso tornerebbe alla naturale funzione di nicchia che raccoglie chi, nel rispetto dlla deontologia, scrive ogni tanto, ma nella vita fa altro;
– con l’istituzione della soglia di reddito nel senso sopra illustrato si introdurrebbe – come proposi all’assemblea per la “Carta di Firenze” – anche una sorta di tariffario di fatto: introducendo una soglia di reddito relativamente elevata, si svuoterebbe di senso e di scopo pure l’accettazione e/o la pratica di compensi bassi o ridicoli, che rappresentano oggi lo specchietto per le allodole rivolto agli aspiranti giornalisti e costituiscono uno dei mali profondi della nostra categoria, nonchè la vera “benzina” del giornalistificio.
Per concludere: è sempre e solo una questione di qualità. Se si arriva a comprendere che la penna in mano a un giornalista può costituire, secondo chi la impugna, una risorsa o un pericolo per la comunità, esattamente come un bisturi in mano a un chirurgo a seconda che costui sia preparato o meno, non ci saranno più dubbi nel ritenere indispensabile l’individuazione di soglie molto selettive per l’accesso alla professione.
Altrimenti, come ho detto altre volte, declassiamo il giornalismo al rango di hobby letterario e diamo a tutti una patacca da mettere sul bavero della giacca.
Ma poi non lamentiamoci se l’informazione va a picco.
Ciao, S.

PS: a questo punto il lettore si chiederà che c’entra Huxley con tutto questo. Risposta: niente. E’ che nel titolo ci stava troppo bene. Ai più maliziosi potrei dire invece che, vista l’aria che tira nel settore, un po’ di mescalina per dimenticare non ci starebbe male…