L’OdG vara una nuova “interpretazione” secondo cui potrà accedere al praticantato anche chi giornalista non è. Se sia per far numero, per diluire ulteriormente la categoria, per dare un segnale alla politica o altro, non lo so. E quindi lo chiedo.

 

L’OdG dà notizia di aver approvato una nuova “interpretazione (qui) dell’art. 34 della legge professionale, dopo l’antipasto (testo e commento qui) dello scorso inverno.

Da domani, si legge, chi sia “giornalista di fatto” e possa dimostrarlo potrà chiedere l’iscrizione al registro dei praticanti e quindi, dopo un periodo di tutoraggio e formazione, sostenere l’esame di stato per diventare professionista.

Per i dettagli e gli inevitabili interrogativi che il provvedimento solleva, leggete oltre.

Comunque i casi sono cinque.

Il primo, assai flebile e improbabile, è che si tratti di un’altra provocazione dell’Ordine per destare la politica e il Parlamento da un almeno cinquantennale letargo sull’improgabile riforma della legge 69 del 1963.

Il secondo, vista la data di entrare in vigore del provvedimento, ossia oggi, è che si tratti di un pesce d’aprile.

Il terzo, ahinoi anch’esso assai improbabile, è che sia una machiavellica mossa preventiva per inglobare, e quindi in qualche modo per poter governare dall’interno, anzichè farsene travolgere, l’enorme ondata di non-giornalisti generata dalla sostanziale liberalizzazione della categoria in essere da almeno un quindicennio.

Quindi ho paura che la realtà sia la quarta, ossia l’ennesima scelta autolesionistica di una professione allo sbando e senza orizzonti. Anche se spero di sbagliarmi, si capisce.

Voglio escludere invece che il fine vero sia il quinto, ossia creare norme ad hoc per agevolare la scalata alla qualifica professionale di subcategorie già individuate, tipo il famoso “allargamento della platea” escogitato anni fa per tentare di impedire il riflusso dell’Inpgi nell’Inps.

In ogni caso, mi pare una sorta di condono mascherato.

Mi spiego.

Già sulla sussistenza di “giornalisti di fatto” ho parecchi dubbi. Perchè in verità tutti sappiamo che nel nostro ordinamento nulla impedisce, né ha mai impedito a nessuno, di diventare giornalista, se ne ricorrono i requisiti di legge: pubblicisti, professionisti, praticantato freelance, ricongiungimento, etc. Si potrebbe casomai chiedersi come mai quei requisiti ricorrano oggi con più difficoltà di prima (la risposta ce l’avrei, ma non è questa la sede). Accettare però, de plano, le situazioni “di fatto”, ossia irregolari o illegali, facendole diventare “di diritto” è come tentare di risolvere i problemi delle falde inquinate alzando per decreto le soglie di potabilità dell’acqua.

Chi sarebbe comunque, secondo il Cnog, il “giornalista di fatto“?

Mica, come si potrebbe immaginare, uno che scrive articoli imparziali di natura informativa e tuttavia, per qualche ragione, non è iscritto, o non può, o finora non voleva iscriversi all’albo. Macchè.

Secondo le poco convincenti spiegazioni dell’Ordine, è “giornalista di fatto” chi l’attività la svolge, ma questa non può essere “riconosciuta” in quanto non esercitata per una testata registrata e quindi sotto il controllo di un direttore. Il che equivale a dire che è “tassista di fatto“, e quindi avente diritto a rivendicare la qualifica, uno che non ha la patente, non ha la licenza, non ha la macchina e dà passaggi abusivamente usando l’auto della moglie casalinga. Mah…

Andiamo oltre, facendo degli esempi. L’Odg specifica che ci sono persone che il giornalista in effetti non lo fanno, perchè svolgono attività diverse: copywriter, il blogger, l’ufficio stampa per soggetti privati, i social media manager. Per carità, sono tutti lavori leciti, sia chiaro, ma diametralmente diversi e spesso concettualmente incompatibili col nostro mestiere. Come costoro possano diventare “giornalisti di fatto” resta un mistero.

Nel licenziare la bizzarra interpretazione, l’Ordine tenta anche di mettere dei paletti. Che però sembrano una toppa peggiore del buco. Già nella premessa vagamente populistica ove, ad benevolentiam captandam, si parla di fenomeno che coinvolge freelance e precari che “ambiscono ad entrare a pieno titolo nel perimetro del giornalismo”. Ambiscono? Anche gli insegnanti con contratti a termine sono tecnicamente precari e anche i geometri sono liberi professionisti, ma nessuno di loro svolge attività giornalistica nè può sostenere di svolgerla.

I Consigli regionali dell’Ordine, nella loro autonomia – si legge ancora nel comunicato – potranno procedere all’iscrizione al registro dei praticanti a seguito dell’accertamento del lavoro giornalistico svolto. Tale modalità consente, in aggiunta alle altre previste dalla legge, l’avvio del praticantato anche in assenza di una testata e di un direttore responsabile”.

Qui la mia logica arranca: mancando gli elementi costitutivi dell’attività, che quindi non c’è, come si può “accertarla”? E visto che gli OdG regionali sono autonomi, può darsi quindi che in Piemonte un “ambizioso” possa accedere e in Sicilia no? Trattamento diverso di casi palesemente uguali, con pioggia di ricorsi in arrivo?

La domanda di iscrizione dovrà documentare la continuità dell’attività giornalistica, esercitata in maniera sistematica con particolare riferimento alla produzione giornalistica e alla certificazione della retribuzione del lavoro, anche senza il vincolo della subordinazione”.

Dunque il candidato deve documentare la continuità di un’attività che, per le ragioni dette, non può esistere. E deve pure dimostrarne la retribuzione: probatio diabolica, in quanto, non esistendo l’attività, anche la certificazione della retribuzione ad essa legata non potrà che essere riferita ad attività diverse dal giornalismo. Boh…

Viene richiesto un reddito professionale indicativamente equiparabile al minimo tabellare lordo previsto per il praticante con meno di 12 mesi di servizio come stabilito dal C.N.L.G.

Scusate, ma come si può comprovare o accertare un “reddito professionale” (giornalistico) se la professione (giornalistica) non viene svolta? E tecnicamente, contrattualmente, fiscalmente, giuslavoristicamente come si distinguerebbe il reddito professionale giornalistico da quello non giornalistico? In soldoni che dovrebbe esserci scritto sulle fatture per essere probanti dell’esercitato giornalismo?

Perla finale: “Lo svolgimento del praticantato, sempre di 18 mesi, sarà vigilato dai Consigli regionali anche con la designazione di un tutor e con apposite attività formative”. Insomma, a me che il giornalista non l’ho mai fatto bastano una corsia preferenziale, un tutor e qualche corso per saltare la coda e arrivare all’esame.

Alla faccia dei pubblicisti, molti dei quali magari “praticanti di fatto” lo sarebbero davvero e che invece, per il noto lassismo ordinistico-sindacale, restano destinati al macello professionale.

Naturalmente, come l’altra volta, se arriveranno risposte convincenti sarò ben lieto di ricredermi.

Io però sto ancora aspettando quelle di novembre.