Chi la dura la vince: sono sempre più numerosi gli osservatori che, senza farsi abbagliare dal coro del gregge conformista, hanno il coraggio di affermare una verità lampante: il blogging c’entra un po’ con le opinioni, sempre più col marketing, poco o quasi nulla con l’informazione. Che è un’altra cosa.

Soundrack: “Empty pages“, Traffic (filmino incluso).

Si potrà anche dire che si tratta di punti di vista, sfumature.
Ma al di là dei dettagli, le affermazioni di principio in materia di blogging vengono ormai grottescamente smentite dai fatti.
Oddio, non che le cose non fossero evidenti anche prima, almeno agli occhi degli osservatori onesti.
Non è facile per tutti, tuttavia, sottrarsi al conformismo, alla pressione della massa abilmente ammaestrata dai soliti pifferai moralisti, spesso in malafede.
La questione è arcinota: cos’è un blog? O meglio, in che si sostanzia tenere un blog (a prescindere se sia vera o meno l’idea, da molti propalata, di una “morte del blog“, sepolto secondo qualcuno dalla velocità dei social network), ovvero un diario pubblico sul web?
Un esercizio del diritto di libertà di opinione. E su questo non ci piove.
Peccato che l’opinione non sempre sia sincera e si presti alla propaganda.
Facile infatti sostenere, con buona pace dei sordi e dei finti sordi, che il blog è uno strumento, mentre quella di blogger non è una professione bensì solo il sostantivo che qualifica chi quello strumento utilizza.
A nessuno infatti viene in mente che quella di automobilista o di ciclista siano professioni: i termini indicano semplicemente chi usa l’auto o la bici. I professionisti casomai sono altri: i piloti, i tassisti, i corridori.
Chiaro, no?
Eppure una vasta fetta di blogger, cioè di utenti del blog, non solo si sente investita del sacro ruolo di portavoce dell’informazione, ma perfino ne rivendica la paternità virginale, autoelevandosi a voce della vera verità.
Pfui.
Per fortuna gli interventi che confutano queste bizzarre investiture sono sempre di più. E la speranza è che contribuiscano ad aprire gli occhi alla gente, altrimenti destinata a farsi riempire la testa di propaganda e di reclame dai soliti venditori di pentole camuffati da opinionisti disinteressati, nel nome della “democrazia” (hahaha) della rete.
Ad esempio dalla sempre più folta schiera dei “blogger aziendali“, detti anche, perchè fa più fino e poi gli italiani conoscono poco l’inglese, “corporate blogger“. Insomma da coloro che tengono un blog per conto di ditte, aziende, imprese commerciali: cosa volete che scriva sul suo blog il blogger della Fiat, che la Punto fa schifo? Per non parlare dei blogger embedded, cioè dei blogger finto-indipendenti che sull’equivoco (recensisco e severissimamente censuro, anzi pontifico, ma i soldi li prendo dai recensiti e dai censurati) giocano la propria attività e i propri redditi (ne ho scritto qui).
Decisamente ben argomentato, sul tema, è il pezzo di Daniele Chieffi pubblicato ieri sul sito OLMR (qui). Mi limito a riportarne la chiusa: “L’importante è smetterla di ammantare il blogging di significati culturali e libertari che ormai non ha più o ha in forma residuale, per il resto, viva i blog!“.
Sottoscrivo.
L’articolo prende a sua volta spunto da una riflessione postata qui da Federico Evangelisti che, con coraggio misto forse a un po’ di ingenuità, si interroga sul brandblogging e per i blogger invoca il varo di un condivisibile codice deontologico, per il quale (scommettiamo?) verrà spernacchiato da gran parte dei diretti interessati. Visto che quasi nessuno di costoro ha interesse, per l’appunto, a “contenersi”. In tutti i sensi.
A scanso di equivoci, il mio pensiero è il seguente: è perfettamente inutile dotarsi di codici e regole se poi queste non vengono rispettate e/o non si controlla in tal senso. E’ quello che già accade tra i giornalisti, cioè nella mia categoria professionale. Lo dico perchè non sembri che osservi la pagliuzza nell’occhio altrui senza togliere la trave che ho nel mio.
E d’ora in poi, parliamo di cose serie.