L’agroalimentare regionale fa leva su 15 Igp e 16 Dop (valore: 151 milioni di €) e export (valore: 68 milioni di €) trainato da olio, prosciutto e cantucci. Va forte il bio, che copre 1/3 della regione. Eppure nel settore dei prodotti toscani a indicazione geografica non mancano le criticità.

 

A prescindere dalle osservazioni che venerdì scorso ho pubblicato in diretta sul profilo FB di Alta Fedeltà a proposito del senso e dell’impostazione della conferenza ex post dedicata alla manifestazione, forse vale la pena di soffermarsi un attimo anche sui numeri emersi in chiusura della quarta edizione di Buy Food, l’evento organizzato dalla Regione Toscana sull’agroalimentare regionale con incontri B2B tra imprese toscane del settore e compratori di tutto il mondo (“73 aziende, 290 prodotti, 21 denominazioni Dop/Igp, 85 prodotti certificati BIO provenienti da 21 produttori, 41 prodotti PAT provenienti da 8 produttori, circa 50 buyer da 22 paesi di Europa, Nord America, Colombia e Cile, che hanno mostrato un grande interesse nonostante il periodo di forte incertezza dovuto al costo delle materie prime e dell’energia“, si legge sul comunicato finale, che riferisce anche di 550 appuntamenti e di un 97% dei compratori che prevede di sviluppare rapporti di business).

Perchè sono i numeri che, con la loro consistenza almeno esteriore, generano le fondamenta di quella “Dop Economy” indicata come uno dei capisaldi dell’agricoltura regionale.

A fornirli (qui le tabelle complete) è stato Fabio Del Bravo di Ismea.

In sintesi, sul valore totale di 3 miliardi di euro della produzione agricola regionale, quasi 2 e mezzo afferiscono a coltivazioni e allevamenti, mentre le attività di supporto al settore e quelle secondarie (ad esempio trasformazione e agriturismo: quest’ultimi sono in tutto 5.800 e ce n’è almeno uno nel 97,8% dei comuni), incidono percentualmente per il 10% e il 12%, con almeno tre punti in più sulla media nazionale. Delle 43.300 imprese agroalimentari toscane, inoltre, appena 3.300 sono industriali e ben 40mila agricole.

Il valore delle produzioni agroalimentari regionali a indicazione geografica è invece di 151 milioni di euro (con un +45% dal 2015 ad oggi, il triplo della media nazionale nel periodo) e vanta 16 dop e 15 igp. Nell’intervallo di tempo 2015-2020, l’export di prodotti toscani a i.g. è cresciuto del 68%, trainato da Olio Toscano Igp, Prosciutto Toscano IGP e Cantucci Toscani IGP, che da soli “coprono” l’83% del totale.

Anche il biologico va (formalmente) forte: gli 225.295 ettari certificati, pari al 34% della superficie agricola regionale (il doppio della media nazionale), pongono la Toscana al terzo posto assoluto in Italia. Quasi 7mila le imprese agricole bio (l’8% del dato italiano), praticamente raddoppiate dal 2012 ad oggi, mentre sono toscani anche 6 dei 31 paesaggi rurali iscritti al Registro Nazionale.

Eppure, sebbene con le ovvie eccezioni, il settore dei prodotti a i.g. resta fragile, come del resto tutto il comparto primario. Ad esempio, a vent’anni dalla sua nascita ufficiale, il Fagiolo di Sorana IGP (il cui “compleanno” è stato festeggiato a Buy Food 2022) rimane una nicchia di qualità preziosa ma economicamente quasi insignificante. Lo stesso vale per l’altra realtà festeggiata a Firenze, la Cinta Senese Dop, che come tante altre “eccellenze” a dieci anni dalla sua ufficializzazione continua a pagare un pegno pesante nel cuneo tra la grande popolarità e i modesti fatturati, frutto della diffusa debolezza delle filiere e degli alti costi di produzione.

La riprova si ha ancora una volta nei numeri: cinque specialità ad elevato volume produttivo come i Cantucci Toscani Igp, la Finocchiona Igp, Prosciutto Toscano Dop, Pecorino Toscano Dop e l’Olio Toscano Igp coprono da sole l’80% del valore dell’i.g. made in Tuscany.