MEMOIRTAGE/5. Ci sono posti dove sei stato l’ultima volta trent’anni fa. E poi ci hai girato attorno senza fermarti mai, come una pallina dispettosa che non entra in buca. Ci sono tornato, però, facendo la stessa strada di allora: un tunnel nella Toscana più profonda.

 

Non si finisce mai di imparare. Nè di girare intorno ai luoghi e alle cose.

Erano almeno trent’anni, ad esempio, che non mettevo piede a Suvereto, in Val di Cornia. Alta Maremma. E di quella visita non ricordo pressochè nulla. Ricordo bene, invece, la precedente, ossia la prima. Addirittura alla fine degli anni ’80, mi pare. Ho in mente uno dei tanti borghi di periferia della Toscana occidentale, un po’ polverosi e un po’ avvolti in una patina di salmastro, regalo tipico del vicino Mediterraneo. Palazzi antichi, conci medievali, qualche erta, vicoli semideserti pervasi dal fascino decadente che solo i luoghi lontani – soprattutto lontani dal potere della modernità – sanno esprimere. Mi piacque assai.

Mi ero messo in testa, allora (e mai scelta fu più giusta per la conoscenza e lo spirito, ma all’epoca ancora non lo sapevo), di visitare i centri minori, ma davvero minori, della mia regione. Non minori per importanza storica ma per notorietà, funzione, ruolo. Scoprii così Suvereto. Praticamente un’appendice remota e collinare di Piombino, solido serbatoio di manodopera per le acciaierie, strappata a un’affaticata tradizione rurale. Lo raggiunsi tuffandomi, con la stessa emozione di sempre, per le strade tortuose che dal Senese affondano nelle Colline Metallifere, tra reminiscenze agrodolci. Ciciano, Montieri, Gerfalco. Una Toscana profonda, abissale direi. Impenetrabile.

Ci andai per due ragioni. La prima è che non sapevo nulla di quel posto, sebbene così vicino alle zone di villeggiatura che io stesso avevo frequentato. La seconda è che, mi avevano detto, lì si erano messi a fare il vino. Mi parve cosa assai strana.

Scoprii un mondo nuovo, un po’ ingolosito e un po’ ingenuo. Capannoni di eternit trasformati in cantine, aie piene di polvere e di trattori. E, nella gente, una determinazione contadina che mi colpirono. Volevano diventare vignaioli e in qualche modo ci stavano riuscendo. Non avendo alcuna tradizione che non fosse il vino sfuso, nè alcuna denominazione altisonante su cui fare leva, si erano addirittura inventati il nome del vino: Ghimbergo. Suonava bene, dava l’idea di qualcosa di antico, di medievale, mi spiegarono. Era un rosso potente, scuro, un po’ ondivago. Lo assaggiai in una trattoria, chissà quale, che sembrava lo specchio del paese: umbratile, semplice, ruvida.

Sono tornato a Suvereto pochi giorni fa. E ho subito imparato (a riprova dell’incipit) che Ghimbergo non era stato affatto primo nome inventato per il vino locale. Ce n’era stato un altro, precedente: il Ghibello. A cui dovettero rinunciare per ragioni di copyright. Nel frattempo, non so per quali vie, Ghimbergo è diventato il nome di una fattoria della zona.

Dopodichè il vino ha fatto il suo corso e Suvereto il suo cursus honorum di città del vino. Sono arrivati la doc Val di Cornia, i grandi investitori, il successo e ora, addirittura, la Docg. I produttori, assicura il loro presidente Daniele Petricci, remano tutti nella stessa direzione e la cosa aiuta parecchio. Il paese ha cambiato volto. In meglio, certamente. Restauri, monumenti. Bella la Rocca Aldobrandesca. Anche se la patina d’una volta sembra scomparsa per sempre. Oggi, la mattina all’alba, quasi più nessuno prende la corriera per Piombino. L’economia del turismo ha preso il sopravvento. “Meno di tremila abitanti e quattordici ristoranti“, chiosa Marco Ticciati, oste storico del “Cacini”. Quella dell’enoturismo è in rapida crescita. Non a caso sono tornato a Suvereto per partecipare al Suber Wine Fest, la tre giorni di maggio dedicata all’enogastronomia locale.

Tutt’intorno è un arcipelago di famose bellezze che, nel tempo, ho più volte bazzicato: Massa Marittima, Baratti, Populonia, la Rocca di San Silvestro, Campiglia. Eppure per trent’anni ho involontariamente girato intorno a Suvereto, come le palline dispettose che non vogliono finire in buca.

Così, per pagare pegno della lunga assenza, anche al ritorno, sul far di un tramonto che era sempre più notte, mi sono tuffato in quella strada piena di curve, di boschi, di affacci. Mancavano solo gli elfi e gli arcigni cavalieri a guardia del dazio. Forse uno si chiamava Ghimbergo. Oppure Ghibello. Ma mi hanno tenuto compagnia lo stesso.

 

(*) MEMOIRTAGE è la crasi tra memoir e reportage, ossia tra memoria e cronaca. In pratica una rubrica (a cadenza, lo premetto, assai irregolare) in cui mi divertirò, tra fatti, ricordi e suggestioni, a raccontare luoghi e situazioni in cui mi capita di ritrovarmi dopo lungo tempo. Un po’ un esercizio di stile, un po’ racconto e un po’ giornalismo, ma sempre verità. L’unica che, letteratura a parte, dà un senso allo scrivere.