MEMOIRTAGE/6. La mattina presto, la via che da monte entra nella piazza deserta di Stia somiglia all’ansa di un torrente che dilaga dove la terra spiana e le persiane delle case sono chiuse. Il subconscio suggerisce  una vecchia canzone. E la passeggiata si dipana.

 

C’è chi dice sia merito del destino, altri pensano sia grazie a meno nobili fattori. Ma resta il fatto che tornare dopo quindici anni in un certo luogo, proprio nel giorno in cui un apodittico ordine dei vigili urbani impone di lasciarlo libero dalle auto fin dall’alba, sia – superata la momentanea stizza di non poter parcheggiare proprio davanti all’albergo – un notevole colpo di qualcosa. La necessità di uscire presto mi offre l’imprevista possibilità di rivederlo sotto una luce diversa. Inedita. E in qualche modo trasversale.

Rammentavo la piazza di Stia gremita per una remota e chiassosa festa dell’arte fabbrile, storica (col panno casentinese, ahinoi in declino forse esiziale) specialità dell’artigianato locale. Me la sono ritrovata deserta di uomini e cose, illuminata dalla luce obliqua di un mattino precoce e serenissimo. Tutta in discesa, oblunga, con la fontana sulla tre quarti e quella strada ripida che dall’ombra del nord scende giù con un’ansa quasi a precipizio, simile a un torrente che sbatte sull’argine delle alte case e dilaga dove il terreno spiana, portando giù con sé ciottoli, spruzzi e riflessi iridescenti. Poi i portici, i vecchi portoni in legno e le persiane verdi dei palazzi, quasi tutte serrate. Perché è presto. O perché nessuno abita più là dietro. Un po’ per tutte e due le ragioni, mi dice una signora di frettolosa, puntualmente interrogata dal solito cronista mentre il subconscio, senza apparente motivo, mi richiama di colpo melodie e versi antichi (“bar room eyes shine vacancy / to see her you gotta look hard…”) che mi si installano in testa, inamovibili. Io intanto passeggio, dopo aver vinto la pigrizia indotta da una bella panchina al fresco.

Mentre la mente continua a cantare in silenzio (“princess cards she sends me…”) attira la mia attenzione un’iscrizione irresistibile, intercettata con la coda dell’occhio su un’architrave: “Sacrestia – già sepolcreto dei Conti Guidi”. Dentro c’è un locale angusto e buio, sostenuto da un arco sopra al quale, mi pare di intuire o forse solo mi piace immaginare, si aprono alcune sepolture, vuote, che si incuneano più o meno sotto il pavimento dell’adiacente pieve di Santa Maria Assunta. Incuriosito, entro. Messa in corso. Pochissimi fedeli dentro le grandi navate. Mi soffermo sulle opere d’arte, su un capitello romanico e sul severo pellegrino che raffigura.

Fuori la piazza è ancora senz’anima viva e nulla la fa immaginare “sonante di voci tranquille” come – ricorda una lapide – la descrisse Dino Campana. Così la canzone continua imperterrita a suonare  e la passeggiata prosegue. E con essa qualche riflessione sparsa. Ad esempio, che è bello che in un paese defilato come questo esista un residuo e verace tessuto commerciale, addirittura condito di insegne beneauguranti: una, “Profumi e Balocchi” evoca addirittura l’aroma proustiano di antiche botteghe paesane di cui questa, con la vetrina di legno e i libri sugli scaffali di vetro, sembra una sorta di emblema. Nel minuscolo vicolo dei Berignoli mi imbatto prima nel portone scabro e quasi chiaroscurale dello studio di una psicoterapeuta (“…but I’m sure you see that too / I came for you, for you / I came for you…” ). Poi, con sorpresa, addirittura nell’ingresso del Museo dello Sci. Il mio occhio si fa più indagatore e percepisce qua e là qualche inquietante avviso di “vendesi”. Segno brutto, ma ancora tollerabile. Scendo fuori dalla cerchia antica e il suono argentino dell’Arno, qui appena un fiumiciattolo riottoso, sembra suonarmi la sveglia per ridestarmi dal torpore un po’ visionario che mi avvolge. Ma la musica non si ferma. Risalgo, osservo le architetture, le pietre. Il mistico (almeno dal nome) vicolo di San Francesco non mi conduce però all’immaginato sagrato o a una quieta piazzetta irta di vasi da fiori, ma direttamente alla vista quasi accecante, sul verde dello sfondo montano, del campo sportivo. Erba perfetta, righe drittissime. Sacro e profano.

Ero venuto qui per parlare di vino. E certamente ne parlerò. Ma intanto non ho ancora bevuto un goccio, il mio inconscio continua a cantare, sono le sette del mattino e non si è neppure alzato il vento.

 

(*) MEMOIRTAGE è la crasi tra memoir e reportage, ossia tra memoria e cronaca. In pratica una rubrica (a cadenza, lo premetto, assai irregolare) in cui mi divertirò, tra fatti, ricordi e suggestioni, a raccontare luoghi e situazioni in cui mi capita di ritrovarmi dopo lungo tempo. Un po’ un esercizio di stile, un po’ racconto e un po’ giornalismo, ma sempre verità. L’unica che, letteratura a parte, dà un senso allo scrivere.