La religione non c’entra e nemmeno le polemiche politiche su immigrazione e sostituzione etnica. Molto più modestamente, stiamo assistendo alla sostituzione geografico-vacanziera.
Premetto che con questo post la religione non c’entra. E non c’entrano nemmeno le polemiche politiche su immigrazione, remigrazione, eccetera.
Ricevo invece il comunicato stampa – peraltro, nel suo genere, ben scritto e ben concepito – di un parco di divertimenti di una delle più grasse, goderecce, italiche provincie italiane. Un parco di quelli classici: piscine, scivoli, attrazioni varie, dove i genitori vanno a spaparanzarsi in cerca di suadenti svaghi e di conformistici consumi a base di spritz, con la scusa di portarci i bambini.
Fin qui nulla di male: nè nel frequentare questi posti, nè nel crearli, gestirli, implementarli. E’ un commercio come un altro anche se, personalmente, preferirei dedicarmi a intrattenimenti diversi.
Il punto è che il comunicato pubblicizza, tra le altre cose, la piantumazione di “decine di nuove palme d’alto fusto all’interno dell’area verde“, grazie alle quali il parco sta “assumendo a tutti gli effetti le sembianze di un’autentica isola caraibica a due passi dal centro cittadino“. Non solo. Si parla di “secchi d’acqua a ribaltamento e scenografie che richiamano la savana africana” e di una “grande oasi di sabbia bianca finissima che ricrea fedelmente l’atmosfera marina in terraferma“.
Nel messaggio non c’entrano dunque solo il divertimento in sè, o il legittimo desiderio di relax e di refrigerio estivo, ma la proposta (a cui evidentemente corrisponde una voglia o meglio, economicamente parlando, una domanda) di cambiare orizzonti. Non tuttavia attraverso il consueto viaggio esotico (“cerco l’estate tutto l’anno / e all’improvviso eccola qua…“), ma una vera e propria “sostituzione geografica“. Ossia: anzichè sognare le palme caraibiche e risparmiare un anno intero per permettermi la vacanza all inclusive a Santo Domingo, c’è chi mi porta le palme sotto casa e io, illudendomi di ignorare tutto il resto che c’è intorno o fingendo di non sapere dove mi trovo in realtà, ogni i weekend vado bello contento nei finti Caraibi.
E’ una deriva che fa pensare.
Mi ricordo anni fa, quando si preconizzava un calo degli arrivi degli americani perchè c’era chi, laggiù, stava ricostruendo a dimensioni reali o quasi alcuni dei nostri più famosi monumenti, Colosseo compreso. E si pensava – non del tutto a torto, credo io – che alla fine la gente più sempliciotta della Corn Belt si sarebbe accontentata del posticcio verosimile vicino a casa, davanti al quale selfarsi in pose varie da cartolina per militari, anzichè imbarcarsi in un viaggio vero, visto che alla fine lo scopo di tutti è solo trovare un po’ di relax a buon mercato e farsi dei selfie per gli amici.
Qual è la differenza con chi, in brache e infradito, camicia a fiori, cappelletto di paglia e marcato accento veneto ordina un drink al barista suo conterraneo che, anche lui vestito in stile caraibico, sta dietro al banco del ciringuito farlocco, vista scivoli, laghetto e Colli Euganei? E a quando, magari, la replica maccheronica di Dubai, con tanto di mall per lo shopping compulsivo?
Dal turismo globale al turismo globalmente stanziale il passo è breve. E, forse, un pezzo avanti dall’essere compiuto.
L’immagine è presa dal sito deepdreamgenerator.com
