Se i vini che la Amaracmand di Roncofreddo (FC) produce sulle colline del Cesenate fossero attrici, avrebbero il volto di Susan Sarandon. O di Debra Winger.

 

Ciò che nel vino appare strano spesso non lo è affatto, ma è solo consequenziale a qualcosa che ti sfugge. E che ti sfugge non in quanto sfuggente in sè, ma perchè tu non sei capace – anche se ti consideri “evoluto” e perfino un po’ scafato – di uscire dal comodo conformismo mentale che spesso avvolge quasi tutti. O dalla debolezza di orizzonti indotta dai linguaggi rituali sui quali, a volte, ti capita di adagiarti.

A scuotermi da questo torpore è venuto tempo fa un assaggio di cui, in attesa del momento migliore, ho molto tardato a riferire. E me ne scuso, perchè il caso è davvero interessante.

Il vino in questione – con un nome che è tutto un programma e che in un colpo solo integra astutamente elementi di filosofia e leve di marketing – si chiama Imperfetto. Lo produce un’azienda romagnola nata nel 2012 dal nome altrettanto inusuale: Amaracmand. E’ un Igt Rubicone Rosso, annata 2023, fatto con l’85% di Sangiovese e un 15% di Cabernet franc, Cabernet sauvignon, Syrah e Alicante. Fa sei mesi in tonneaux di rovere francesce di primo, secondo e terzo passaggio.

Ma, soprattutto, è “strano”. Ossia deviante, discontinuo, non lineare. Poco prevedibile. Imperfetto, appunto. Dotato del fascino, delle asimmetrie, della personalità e perfino degli spigoli che, se fosse un’attrice, contraddistinguerebbero ad esempio fisiognomiche singolari come quelle di Susan Sarandon o Debra Winger, per capirci. Rendendole così, proprio per lo stesso motivo, seducenti. E io infatti il vino l’ho trovato innanzitutto seducente. Aggettivo che nel bere accosto più ai concetti di non noioso – ossia non ovvio, ribevibile senza essere rivedibile –  che a quelli di “buono” secondo il gusto consolidato e corrente.

Al di là dei giochi di parole, nel bicchiere l’Imperfetto è di un bel rosso cupo, mentre al naso spicca, anzi colpisce proprio per un’impronta fortemente avvolgente, ricca, con grande screziatura di frutto e un’eleganza sobria che tutto racchiude e che farebbe presagire in bocca la stessa controllata opulenza. Opulenza che, invece, al palato risulta un’asciuttezza severa, quasi neghittosa, sorprendentemente secca in ingresso e solo dopo capace di aprirsi in una morbidezza godibile, profonda e tuttavia misurata, in sè contraddittoria e pertanto – come nelle fisionomie citate sopra – affascinante. Ne discende un sorso trasversale che, nella sua irregolarità, mi piace immaginare sia ad accompagnare portate espressamente terragne e un po’ grasse che, perchè no, anche in abbinamento a semplici, suadenti conversazioni.

Il produttore, Marco Vianello, è del resto quello che si potrebbe definire un dritto, nel senso buono della parola. Col quale le conversazioni di quel tipo fiorirebbero. Ottimo affabulatore, non ha solo tante storie da raccontare (ad esempio come tutto nacque nella vecchia osteria di Sorrivoli, sulle colline del cesenate, dove nel 1986 Jim Jarmusch ambientò la scena di Daunbailò con Roberto Benigni e Tom Waits che giocano a carte), ma fatti e scelte tecniche, agronomiche e enologiche che egli, parlando della propria azienda e dei propri vini, sa abilmente esplicitare. Ambedue da lui definiti, non a caso, di un “biologico spinto“. Il che vuol dire, ad esempio, l’uso per le etichette di carta senza polimeri e l’uso in cantina dei superpurificatori Airocide, brevettati addirittura dalla Nasa, per avere l’aria migliore possibile. Cui si aggiungono una cantina geotermica d’autore (il progettista è il celebre Fiorenzo Valbonesi) e una familiarità con business (Vianello si occupa di private banking) che certamente non nuoce.

Ma tutto ciò, alla fine, che c’entra col vino in sè, nel senso di quello che poi si versa e si beve nel bicchiere?

Credo che c’entri col contorno, col senso generale del progetto. Che ha un’intima coerenza. Un disegno distinguibile e dichiarato. Che parte dalla stessa scaltra e ineccepibile scelta di collocarsi nell’Igt anzichè nella doc: “E’ un nome ovunque famossissimo, il terzo nome di fiume più conosciuto al mondo“, assicura Vianello. Non so se sia vero, ma anche questo fa parte della sapiente discontinuità.

Me lo fanno pensare anche gli altri vini di Amaracmand che ho assaggiato e che mi hanno dato tutti la medesima sensazione – nei pregi e nei difetti – di voluta distanza dalla banalità: il Perimea 2024 (Igt Rubicone Sangiovese), un rosso da un unico vitigno e da un unico vigneto di 25 anni, fatto solo in acciaio, violaceo, naso finemente abrasivo, tannini morbidi, bocca pulita e resa agile dai 12,5 gradi di alcool; il Libumio 2024 (Igp Rubicone bianco: 85% Bombino bianco, 15% Grechetto Gentile, Incrocio Manzoni Bianco, Trebbiano della fiamma), prodotto piacevole ed equilibrato; Madame Titì 2023 (Igt Rubicone Spumante Brut Nature), un metodo Martinotti di palato agile e di naso che sa piacevolmente di fiori secchi.

Resta da dare una risposta alla domanda che, arrivati a questo punto, tutti si porranno: che vuol dire Amaracmand? Lo spiega sempre Vianello in persona: “Quando da giovane uscivo di casa, mia nonna mi diceva sempre “Amaracmaaaand fa e breeev”, cioè “Mi raccomando, fai il bravo”. Nome imperfetto, ma efficace.