E’ scomparso uno dei dei ex machina del vino abruzzese e italiano. Per una volta risparmiamo l’aneddotica e lasciamo spazio al nudo dispiacere.
Un mio caro e saggio collega ha ragione: quando viene a mancare qualcuno, bisognerebbe evitare di inondare il lutto sciorinando a ripetizione aneddoti personali sul defunto, spesso molto significativi per chi racconta e niente affatto per chi non c’è più.
E’ una raccomandazione che ciclicamente mi torna in mente ogni volta che, come oggi, viene meno una personalità importante, nota, con la quale da tempo immemorabile condividevi conoscenza e una parte del tuo cammino professionale e non.
Ma come si fa a non raccontare qualcosa di Emidio Pepe, che ci ha lasciato oggi alla veneranda età di 94 anni?
Dunque non lo chiamerò patriarca. Non perchè non lo fosse, ma perchè – tranne che nell’epica – non amo il linguaggio formulare. Non lo definirò nemmeno visionario. E neppure grande vecchio. Nemmeno un amico, perchè non eravamo amici. Ci conoscevamo, questo sì.
Tutti sanno cosa ha fatto e cosa ha rappresentato per il vino italiano e per quello abruzzese. Certe sue entusiasmanti-esecrabili-discutibili-criticabili-irresistibili-inequivocabili bottiglie, molte delle quali giacciono nella mia cantina in attesa di essere stappate e lì restano contro ogni logica, per una sorta di rispetto devozionale loro dovuto.
Ricordo con nostalgia quel primo incontro a Torano Nuovo millant’anni fa, le fette di salame, la passeggiata in vigna e ciò che poi davvero ha fatto aneddotica, dall’uva pestata coi piedi in su.
E’ vero, però: oggi non c’è spazio per la narrazione, ma solo per la stima e il dispiacere.
Un saluto al caro Emidio e condoglianze alla famiglia tutta.
