La nuova associazione dei produttori dell’affascinante valle toscana punta più sull’identità del territorio che non del vino in sè. Un’intuizione intrigante, con qualche rischio.

 

C’è chi l’ha bollato come un altro dei sintomi della riscossa, si vedrà quanto durevole, dei cosiddetti vini d’altura in salsa toscana, figli del “cambiamento climatico” e della necessità di trovare alternative agronomiche remunerative per zone cronicamente depresse.

E forse in parte è anche così.

Ma il fenomeno della viticoltura casentinese – a giugno scorso coagulatasi nell’Associazione Viticoltori del Casentino, presieduta da Marco Biagioli di Ornina, che riunisce ad oggi 36 produttori, per un totale di 72 etichette e 118 ettari di vigneto, spalmati su otto comuni – sembra attingere anche a radici diverse. Ed essere il frutto di una strategia più ampia.

Il primo elemento sono i margini di crescita: la superficie vitata in  Casentino (quello del famoso “panno” oggi purtroppo in crisi, la lunga valle, compresa tra l’Appennino Toscoromagnolo e il Pratomagno, che accoglie il tratto iniziale dell’Arno) è oggi almeno il doppio di quella associata e quindi, si presume, è ampio anche il numero dei potenziali nuovi soci e dei potenziali volumi produttivi.

Il secondo elemento sono le piccole o piccolissime dimensioni dei vigneti: “Si va dai 7 ettari ai 3mila metri, con sistemi di coltivazione dei più vari, dalla vite maritata al sesto largo, fino ai più moderni. In pratica memoria storica e innovazione qui ancora convivono”, spiega Biagioli. Il Casentino vive del resto da molti decenni una forte polverizzazione fondiaria, oltre che ampelografica, con varietà autoctone sopravvissute al declino ottocentesco (Sanvicetro, Sapaiola, Passerino, Morellone, Crepolino, Volpiccio, Moscatello di Subbiano ad esempio, oltre all’ovvio Sangiovese) e quelle arrivate poi, in modo spargolo e discontinuo, da un po’ ovunque: Merlot, Syrah, Pinot Nero e poi Teroldego, Cabernet Sauvignon e Franc, Chardonnay, Trebbiano, Traminer, Muller Thurgau, Riesling e così via.

Il terzo e consequenziale elemento è il fattore della tendenziale “artigianalità” (al netto di tutte le pinze con cui il termine va usato) del vino, che si sposa a una più generale artigianalità di pensiero.

L’elemento più importante del progetto ci sembra però il quarto: la ricerca dell’affermazione di un’identità basata non sul vino in sè, che alla luce di quanto detto sopra non può averne, ma sul mastice socioculturale offerto dal territorio. Il presidente lo riassume così: “Specificità montana, stile di vita condiviso, mancanza di egoismi, condivisione delle esperienze, consapevolezza della propria fragilità, rispetto non solo per la terra ma per il territorio stesso nella sua interezza, e prospettive di sviluppo tanto realistiche quanto sostenibili sotto il profilo ambientale, sociale e finanziario”. Con l’idea ulteriore, a nostro modesto parere poco realistica almeno nel medio periodo, di arrivare a una IGT o anche a una DOC.

In quest’ottica – dice Biagioli – l’Associazione può in effetti fare molto, ma non tutto. Siamo del resto consapevoli che ci sono difficoltà tecniche e burocratiche non facili da superare, ma sarebbe grave se, nel tempo, l’identità del Casentino, finora sopravvissuta, non fosse preservata e andasse perduta”.

Sarà un dettaglio, ma ci pare abbastanza significativo che il presidente dell’Associazione dei Viticoltori parli molto di identità del territorio e quasi nulla di identità del vino.

Tra i termini più abusati nello storytelling vinicolo c’è infatti proprio “identità”. Parola che affiora così di frequente e a sproposito da mettere spesso il nervoso solo a sentirla. Che vuol dire che un vino è “identitario”? Che lo sia di se stesso, è ovvio. Che lo sia di un’azienda, forse (come se gli altri non lo fossero… mah!). Che lo sia di un territorio anche no visto che, presumibilmente, sullo stesso possono esserci e di solito ci sono molti altri produttori e molti altri vini che potrebbero reclamarsene parimenti identitari. Se poi vogliamo affermare che tutti i vini di un territorio sono identitari del medesimo, allora significa che nessuno lo è individualmente e dunque è inutile vantarsene.

Il discorso cambia, però, se si parla di identità socioculturale, della quale il vino è solo uno dei fattori e nemmeno il principale.

E’ un ragionamento non solo lungimirante ma, a pensarci bene, anche scaltro. L’ombrello di un’identità collettiva protegge dagli individualismi, dai distinguo, dai particolarismi e dai conflitti ideologici di cui il mondo del vino è pieno. Non è un caso, ci pare, se tra gli aderenti all’Associazione ci sono sia aziende storiche e già strutturate, dal Podere della Civettaja a Cuna di Fererico Staderini, che aziende nuovissime, vignaioli di grande esperienza ed esordienti o quasi.

L’effetto di tutto questo si vede nel bicchiere (agli assaggi dedicheremo in futuro un articolo ad hoc): un’allegra congerie di stili, vini, idee, tecniche diverse dove non tutto, per forza di cose, è eccellente, ma dove proprio per questo mancano a prescindere la piattezza e l’omologazione. Ciò che in tipologie e denominazioni consolidate sarebbe un limite, qui, se non una virtù, risulta almeno per ora un notevole valore aggiunto. L’idea, insomma, è di vendere il “vino del Casentino” in quanto del Casentino, qualunque cosa ciò voglia dire in termini enologici.

Ci auguriamo e soprattutto auguriamo ai produttori casentinesi che il metodo funzioni.

Se però la sfida dell’aggregazione è stata vinta (e non era facile) e quella della valorizzazione dell’identità è appena iniziata, ce n’è una terza, particolarmente insidiosa, che si prospetta in un futuro nemmeno troppo anteriore: la necessità, se e quando la nicchia si amplierà oltre una certa soglia, di reggere il mercato. Perché vendere duemila bottiglie attraverso la fascinazione esercitata dal territorio è, se il fenomeno è ben gestito, relativamente semplice, venderne diecimila un po’ meno.