di FEDERICO FORMIGNANI
Nei cosiddetti secoli bui, farsi belle comportava sacrifici veri: nei trucchi e nei belletti sangue di pipistrello, grasso di cane, bile di montone e solfuro di arsenico facevano il paio con shampoo allo zafferano e dentifrici al corallo.

 

Dalle avventure galanti del mercante milanese del tardo medioevo alla donna ideale di alcuni secoli prima che, per piacere agli uomini, deve essere bionda, di carnagione pallida, con le guance e le labbra di un bel rosso vivo.  le sopracciglia saranno invece nere, arcuate e dense; il corpo, infine, sarà liscio e morbido, assolutamente privo di peli.

Nella maggioranza dei casi sogni irrealizzabili, se non a fronte di sacrifici personali e spese ingenti.

Nel Medioevo bigotto e peccatore, il desiderio legittimo delle donne di apparire belle e desiderabili incontra non pochi ostacoli: pregiudizi e cattiverie di una società angosciosamente tesa ad apparire migliore di come in realtà è: materialista, rozza e d’abitudine sporca.

Le donne, però, hanno più inventiva: per migliorare il proprio corpo ed eliminare per quanto possibile i difetti fisici è quindi gioco forza, specie per le più sfortunate, aiutarsi con quello che la natura e barbieri, cerusici e imbonitori del tempo mettevano loro a disposizione.

Partendo proprio dal viso che è quasi sempre il primo ad essere visto e giudicato.

Ciò che occorre per rendere gradevole un viso di donna, non è poco. Gli étageres contengono un’infinità di oggetti: pettini e specchi grandi e piccoli, portacipria, rasoi e forbicette per le unghie, pinzette per depilare ciglia e sopracciglia, batuffoli di cotone e piumini per pasticciare labbra e viso, poi intrugli a base di gomma adragante o di zucchero d’orzo fuso; una incredibile raccolta di sostanze appiccicose e sospette che sanno di zolfo e vengono accompagnate dalle parrucche, confezionate con capelli presi (acquistati) da donne morte! L’uso continuo ed eccessivo di tali sostanze, col tempo, finisce per produrre effetti devastanti sul viso: alcune sembrano lebbrose ambulanti, altre si chiudono in convento per sfuggire lazzi e dileggi; le facce si riempiono di rughe, consumate da trucchi urticanti e da sostanze astringenti.

Un’attenzione particolare la donna medievale la riserba ai propri denti, che debbono apparire candidi e immacolati, secondo i dettami dell’epoca. Le ricette del tempo per mantenerli sani comprendono paste o pillole dentifricie a base di corallo, ossi di seppia o conchiglie tritate; i più poveri sostituiscono questi ingredienti sofisticati con pappette, composti fatti con pezzi di pane, foglie di alloro, lentisco, fili di paglia. Per avere un alito fresco – per gli incontri ravvicinati – lo si profuma con la cannella oppure masticando verbena, muschio, scorze di limone. Quando poi i denti non ce la fanno più, nel senso che cadono per usura o malattia (le carie proliferano per via dei robusti cibi ingurgitati) si ricorre alla sostituzione con denti in osso di vacca, in avorio, in marmo o, per chi se lo può permettere, realizzati con perle. All’inizio del 1500 entrano in scena le prime dentiere; pretendere che funzionino è forse eccessivo, ma almeno consentono di socchiudere la bocca in un sorriso accattivante. Nel Medioevo dare dello sdentato a una persona suona come offesa grave; al punto che estirpare denti è una delle pene che vengono normalmente inflitte a chi sgarra.

I trattati di medicina abbondano di suggerimenti per le pratiche tese a donare alle capigliature femminili il colore più ambito, anche se si hanno capelli corvini. Per imbiondirli efficacemente si usa uno shampoo a base di zafferano, mentre si impiega il sangue di pipistrello per evitarne la caduta! Per dar loro volume (cotonarli) si ricorre alla canna da zucchero cotta nella lisciva, utile anche per sterminare i pidocchi che, a loro volta, sono nemici giurati di una tintura ben fatta. Ogni donna dell’ultimo medioevo sogna una chioma dorata e vaporosa che contrasti con sopracciglia nerissime, ottenute grazie all’impiego di ghiande e cuoio bruciato. Attento, il gentil sesso, non solo alla chioma. Per proteggere e ammorbidire la pelle, si impiegano belletti pastosi composti a base di grasso di cane bianco, bile di montone o grasso di maiale.

Il rosso per le guance e per le labbra si ottiene con il fuco, una specie di alga, oppure con legno di verzino. Le maschere per la notte sono a base di farina di fave, mentre le creme depilatorie contengono pece greca o, peggio, orpimento (solfuro di arsenico), cenere e calce bollite nell’olio.

Per chi sopravvive, non mancheranno nel tempo gli effetti collaterali: pelle avvizzita, scorticata e putrefazione dei denti per via del contatto con la biacca del piombo.