Sotto la panca la montagna crepa“, scrive Pietro Lacasella sulle panchine giganti che “si moltiplicano in questa società culturalmente lillipuziana, in attesa di un Gulliver che non arriverà mai“. Seduto su una panchina minuscola, invece, Albert Hofmann contemplò la natura fino a 102 anni.

 

Mi dispiace se i permalosissimi difensori del viaggiare a tutti i costi – a prescindere da modi, luoghi, affollamenti e stili di vita – si arrabbieranno un po’, ma le cose vanno dette.

E le cose sono queste: la globalizzazione disneyana assurta ovunque a principale motivazione del viaggio è divenuta un’infestante. Anzi, un virus pandemico che ha ormai contagiato quasi l’intera comunità mondiale, al punto che perfino gli immuni ne sono indirettamente danneggiati.

I risultati sono la banalizzazione della realtà e l’omologazione delle destinazioni, che invece dovrebbe essere il filo d’Arianna del viaggiatore.

Lo spunto mi è venuto dalla lettura su FB di un equilibrato ma impietoso scritto di Pietro Lacasella su Il Dolomiti  a proposito della proliferazione delle cosiddette “panchine giganti“.

Titolo: “Sotto la panca la montagna crepa“.

La qualità estetica dei territori montani – dice in sintesi Lacasella – ha subito una vistosa erosione non solo per l’abbandono, ma a causa dell’innesto di elementi di squilibrio paesaggistico. Una dinamica deflagrata in pianura e che ha ormai raggiunto Alpi e Appennini, frammentandone l’armonia. In montagna, infatti, “il pacchiano emerge per contrasto“: invece di ingentilire, sfregia. E una delle forme di pacchiano oggi più evidenti sono le panchine giganti dai colori improbabili: una distorsione fumettistica della vita, in continuità con una promozione in cui le peculiarità locali sono sacrificate per offrire al turista un’esperienza molto ludica e poco educativa. Abbiamo perso, insomma, la capacità di raccontare e di rendere seducente il territorio con una narrazione in grado di cogliere il fascino degli elementi già esistenti e che lo rendono unico. Caliamo dall’alto oggetti vistosi ma culturalmente vacui, che svincolano dallo studio e dal ragionamento: “le panchine giganti si moltiplicano, in questa società culturalmente lillipuziana, in attesa di un Gulliver che non arriverà mai“, conclude.

Un ragionamento che non fa una piega e a cui vorrei aggiungere alcune ulteriori riflessioni.

Premetto che non ce l’ho con le panchine giganti in sè (ne conosco di persona l’ideatore e la bontà dei suoi intenti), così come con nessuna forma di turismo di bocca buona. Basta che non proliferi e diventi egemone. Adoro Disneyland, quella gerniale e originale di Anaheim, coi pupazzi dei Pirati dei Caraibi e della canzoncina “yahoo, yahoo a pirate life for me”. Mi piacciono già meno i cloni disneyani di Orlando e di Parigi, ma pazienza. Mi piacciono pure le panchine che Chris Bangle, con bella intuizione, ha disseminato nella Langa di Clavesana e dintorni, dove ha scelto di vivere.

Non mi piace ivece l’idea delle panchinone trasformate in attrazione turistica a sè, seppure mascherate da “movimento” culturale. Immaginiamo che l’attrazione non sia Torre di Pisa, ma la panchina gigante su cui salire per guardarla. E che altre, a migliaia – perchè il trend è questo – vengano piazzate in giro per il mondo, a Macchu Picchu o, che so, al Cairo davanti alle Piramidi o con vista sul Taj Mahal.

Il problema insomma, secondo me, non è lo spuntare qualche panchina kitsch qua e là, ma il rischio della loro proliferazione capillare. La quale è in grado di generare, se già non l’ha generata, una perniciosa progressione geometrica di flussi di visitatori: non verso quella o quell’altra panchina, ma una rete di flussi dall’ovunque verso l’ovunque impanchinato. Miriadi di dita puntate, capaci di distogliere l’attenzione dalla luna e di dare vita a un mondo in cui crepa non solo chi sta sotto la panca, ma pure – di cecità intellettuale – chi alla panca ci sta sopra.

Mi è allora tornato in mente, parlando di osservazione e di panchine, un vecchio passo di Albert Hofmann che mi pare perfetto per questo discorso.

Quasi ogni giorno – scrive in “Elogio del puro contemplare” – ci concediamo una breve passeggiata risalendo il lieve pendio che conduce alla panca adiacente l’entrata del bosco. Sulla destra il viottolo è fiancheggiato da una rada macchia di svariati arbusti, tra cui susini selvatici, noccioli, biancospini, rose selvatiche, berrette da preti e tanti altri ancora. A sinistra lo sguardo corre libero sopra la piccola vallata del novello Birsig situato sull’ampia dorsale boschiva del Challhohe.
A due passi dietro la panca si trova una pietra di confine, con lo stemma di Berna su un lato e una vistosa F sull’altro. Di qui, verso ovest, il confine franco-svizzero risale il bosco fino al Monte Ramel e scende a valle in direzione nord attraversando il nostro prato.
Un paio di anni fa, sul lato francese a ridosso del bosco e con l’aiuto di uno dei miei nipoti ho costruito una piccola panca. Da qui, sulla panchina di Roland, l’occhio spazia dabbasso verso i villaggi del Sundau: Wolschwiller, Lutter, Raedersdorf, Sondersdorf e Oltingen; e in lontananza verso la catena montuosa del Vogesen, in direzione del levante, sorge la Schwarzwald, la Foresta Nera.
Qui, sul Rittimatte, ho ritrovato il paesaggio che da bambino mi rendeva cosi felice: il prato con gli stessi fiori, lo stesso bosco, l’ampio guardo sulla campagna.
Qui si vive il mutare delle stagioni nella sua traboccante magnificenza. Trascorso il lungo e taciturno inverno, il primo canto del merlo annuncia il sopraggiungere della primavera; con lei subito appaiono, lungo il margine del bosco, le viole e le primule, sul prato intorno alla casa e nel giardino spuntano il bucaneve, il croco, il piè di gallo e l’anemone, mentre nel bosco ancora spoglio fiorisce il rosso mezereo.
E giunge il bel tempo. quando il Rittimatte riluce di giallo in un tappeto di denti di leone e il viale dei ciliegi sollecita la passeggiata attraverso la sua bianca volta fiorita, in mezzo alla quale ronzano le api“.

La panchina di Hofmann era piccola piccola, camuffata nella radura, quasi invisibile.

E Hofmann, sedendoci sopra, è campato fino a centodue anni.