LIBRI PER NATALE. Il romanzo di Massimo Castellani, noto sommelier e divulgatore fiorentino, è intriso di vino ma non è un racconto sul vino. E’ piuttosto un viaggio in cui il vino dà i tempi all’avventura.

 

Si dice che un italiano su tre abbia un libro nel cassetto. E che, pertanto, più di santi, eroi e navigatori, nelle vene dei connazionali scorra il sangue degli scrittori.

Una notizia che fa colore quando si parla di costume e società. Ma fa rabbrividire quando si scopre che amici e stretti conoscenti sono parte integrante della categoria degli aspiranti romanzieri. Brividi che poi si tramutano in sudori freddi quando, bel belli, i suddetti si presentano col volume in mano, porgendoti il frutto di una loro fatica letteraria. Della quale, si capisce, si attendono una lettura vorace, un giudizio lusinghiero e, possibilmente, una pronta propaganda. E lì, se il volume zoppica, cominciano i guai e gli imbarazzi.

Ed in effetti quando una persona che conosco e stimo da tempo come Massimo Castellani, illustre sommelier, degustatore professionista, divulgatore del vino e un sacco di altre cose, mi ha comunicato di “aver scritto un libro” durante il lockdown, i rischi illustrati sopra c’erano tutti. Accresciuti dal fatto che Castellani non si era limitato a un’opera ricadente nell’ambito delle sue attività abituali, l’enogastronomia diciamo, ma si era cimentato nella più impegnativa e scivolosa per antonomasia: il romanzo.

La prima cosa che mi ha tranquillizzato, però, è che egli non si è affatto proposto per un giudizio critico e neppure per una bonaria copia omaggio. E solo dopo aver risposto con sobrietà a qualche mia domanda ha accondisceso a farmi leggere il libro. Cosa di cui, lo dico subito, non mi sono affatto pentito.

Un sogno in Borgogna“, questo il titolo (Bertani&C Edizioni, 2021, 220 pagine, 18 euro), è innanzitutto un volume agile nel formato, nello spessore e nel racconto, che gode di un’apprezzabile asciuttezza e del ritmo narrativo che ne consegue, aiutato in ciò (e suoni per quello che è, ovvero un elogio esplicito) da un uso misurato e corretto della punteggiatura, rara avis in tempi di scarsa conoscenza dei rudimenti della lingua spesso gabellata per scrittura creativa.

Il romanzo trasuda poi, ed era inevitabile, di sapienza enoica, ma si tiene alla larga dall’ostentazione di erudizione e attinge piuttosto all’inesauribile pozzo della passione, fonte che nella circostanza l’autore non tenta affatto di dissimulare.

Emerge infine dalle pieghe della vicenda una conoscenza approfondita e diretta dei luoghi che, se da un lato dà al romanzo una piacevole nouance odeporica, dall’altro lo arricchisce di un’aneddotica e di menzioni dalle quali affiorano familiarità e frequentazioni tanto ricorrenti quanto vive.

Forse in questo, per chi è digiuno di cose enoiche, può consistere il limite di “Un sogno in Borgogna“. Il fatto cioè che la citazione di luoghi, personaggi, vini e contesti sia talmente ricorrente da poter disorientare i meno addetti ai lavori, come accade a chi si ritrova, senza conoscere nessuno, a una festa in cui invece tutti gli altri già si conoscono.

Del resto, però, a giudicare dal tenore e dallo stile del racconto pare proprio che, nell’accingersi a scrivere, l’intento di Castellani sia stato, se non primieramente, almeno parallelamente questo: compiere un atto di amore verso una propria terra d’elezione, facendo di essa il teatro di una vicenda che, di vino, è letteralmente impregnata, come lo è del resto la vita di Massimo. Col risultato che il vino, e direi in senso più ampio il vino con annessi e connessi, diventa non solo la bussola del cammino, ma del romanzo stesso. Senza tuttavia trasformarlo in un romanzo dedicato, che avrebbe rischiato di essere noiosissimo. Alla fine l’amato vino si rivela, perciò, uno sfondo, un brodo di coltura nel quale le storie del protagonista si dipanano con agilità, suggestioni, reminiscenze, echi del passato, urgenze del presente. E, sì, anche gran bevute.

Degustazioni, pardon!