di CARLO MACCHI
Latour a Civitella 2005 Sergio Mottura: “L’uva si ricorda sempre dell’annata e se ne ricorda meglio dopo anni”, dice Giuseppe. E, dopo 17 primavere (col tappo stelvin!), questo Grechetto di “croccante freschezza” lo dimostra.

 

Le caratteristiche dei vini di Sergio Mottura si possono capire da lontano, anche quaranta metri.

Questa è, infatti, più o meno la distanza della cantina storica dall’arco austero che non permette ad auto inutilmente larghe di accedere alla piazza dove si trova non solo l’azienda, ma pure l’agriturismo.

De resto nemmeno i vini sono larghi, bensì fini, eleganti, in qualche caso austeri, sicuramente granitici nell’affrontare il tempo. E potrei andare avanti con molte altre belle qualità.

Lo abbiamo scoperto nell’incontro in cui Giuseppe Mottura, figlio di Sergio, ci ha fatto fare un viaggio all’indietro nella loro idea di vino, culminato con un Latour a Civitella del 2005.

Idea che coincide praticamente con un vitigno, il Grechetto, capace di trovare nei terreni attorno a Civitella d’Agliano forse la sua massima espressione.

Tutti conoscono la storia del nome del vino bianco più importante della cantina (del Lazio e non solo…) e quindi non starò a ripeterla. Ma uno spunto va preso, perché la vinificazione del Latour a Civitella è sempre stata la stessa: fermentazione in acciaio fino ad una certa gradazione alcolica e poi barrique (di Latour naturalmente) per la parte terminale. Un cambiamento, però, nel frattempo c’è stato: cioè la diminuzione del tempo di permanenza in legno. Con il 2020 siamo a circa 12 mesi. Ma questo 2005 ne ha fatti sicuramente molti di più.

Lo so che voi adesso vorreste sapere qualcosa sul vino. Servirà però ancora qualche attimo di pazienza, per permettermi di inquadrare meglio una degustazione che ha messo in campo quasi tutte le annate importanti (non ho detto migliori, sarebbe stato troppo facile) degli ultimi 20 anni. Quello che ne è uscito è un preciso filo conduttore (ne parleremo più diffusamente per il Club Winesurf tra qualche giorno) che dal 2020 del Latour a Civitella, attraversando gli altri bianchi aziendali (cioè  l’Orvieto Tragugnano e il Poggio della Costa) ci porta fino a questo 2005. Che, tra l’altro è sicuramente il bianco italiano dotato di tappo stelvin più vecchio che io abbia bevuto.

Ultima annotazione prima di entrare nel bicchiere su una meravigliosa frase di Giuseppe: “L’uva si ricorda sempre dell’annata e se ne ricorda meglio dopo anni”

E la 2005 è stata un’annata che a me e a Giuseppe è sempre piaciuta molto. Punta più sull’equilibrio che sulla potenza, è certamente una vendemmia considerata allora inferiore a molte. Con una piccola differenza: Giuseppe parlava dei bianchi mentre io, come penso la stragrande maggioranza di chi ci legge pensa, anche senza volerlo, pensavo alle vendemmie dal punto di vista dei rossi. Una pecca a cui dovremmo metter mano.

Ma alla fine questo 2005 è nel bicchiere: il colore è giovanile, un paglierino intenso e brillante. Per Il naso occorre usare una parola non di moda: minerale. Infatti la pietra focaia è ben presente sin da subito, accanto a fiori di campo e ad erbe officinali. Naso austero e quasi ritroso, ma che in pochi minuti ti conquista. Però è la bocca ad essere incredibile: intanto l’eleganza e la “rettitudine gustativa” dei vini di Mottura qui si esalta. Il vino ha croccante freschezza (frase rubata a Giuseppe), finezza e una struttura che lo porta ad una lunghezza gustativa incredibile, senza cedere di un millimetro.

L’uva del 2005 si è ricordata benissimo delle sue caratteristiche e adesso le esalta, dopo 17 anni, periodo importante anche per la stragrande maggioranza dei vini rossi, italiani e non.

Questo non è stato solo un assaggio di un grande vino, è stato un insegnamento per me e per tutti quelli che stentano a credere alla possibilità di fare grandi bianchi da invecchiamento in ogni parte d’Italia.

 

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