di STEFANO TESI.
Di Francesco Carfagna e famiglia non mi piacciono solo i vini, ma anche la storia. Quella di uno che nasce a Roma e finisce al Giglio, parte professore e diventa vignaiolo, scrive poesie con Ginsberg e poi le recita alle viti (“ma sottovoce, per non dargli noia”). Se l’Ansonaco isolano si è salvato, il merito è suo. Si festeggia in vigna, il 29 luglio

 

L’UOMO. “L’uomo che piantava gli alberi”, di Jean Giono, è la storia di un pastore che, seminando ogni giorno ghiande di quercia, riuscì nell’arco di un’esistenza a restituire la vita all’intera montagna, desertificata dall’incuria dell’uomo.
Nel suo piccolo, oggi, lo stesso si potrebbe raccontare di Francesco Carfagna, classe 1951, “professore di matematica ma soprattutto capomastro rurale”, come lui ama dire di sé, oltre che oste e vignaiolo. Un tipo proteiforme.
Perché Francesco, in una sorta di fatale percorso a ritroso, si è ritrovato nel mezzo del cammin della sua vita ad inseguire un sogno che è presto diventato un progetto. Anzi, una magnifica ossessione: resuscitare gli antichi vigneti dell’isola del Giglio. Ettari ed ettari di gloriosi tralci aggrappati come licheni ai fianchi dell’isola, intrigati tra le rocce e divorati dalla macchia che scendeva fino al mare. Impresa ai limiti dell’utopia. Che tuttavia non ha impedito a Carfagna – un passato pure da poeta, con performance a fianco di Allen Ginsberg – di recuperare, in dieci anni, 4 ettari di antichi terrazzamenti e di rifare a mano, sasso dopo sasso, dieci chilometri di muretti a secco. Il tutto per la soddisfazione di produrre qualche quintale del tradizionale vino gigliese, l’Ansonaco. Chilometrico anche l’elenco degli attrezzi manuali che ha usato: zappe, zappone, zapponcelli, marre, bidenti, grandi piccoli, corti lunghi, sterpaiole, da scasso, maleppeggio, zappe da orto, a cuore a vanga a taglio più larghe più sottili, corte lunghe medie, più pesanti, più leggere, picconi, pali di ferro, vanghe, pale.
L’obbiettivo iniziale era di arrivare a tremila bottiglie, è arrivato a seimila.
“Vent’anni fa il nostro vino non lo faceva più nessuno, c’era rimasto solo qualche vecchietto. Oggi è tornato di moda, ma io sono l’unico che l’ha fatto per davvero fin dall’inizio, perché gli altri portavano l’uva sul continente e la vinificavano lì”, dice al fresco della sua minuscola capannuccia (camino, cucina, branda e vista accecante sul Mediterraneo) in mezzo al vigneto.
Lui ha aperto la strada, qualcuno gli è andato dietro. Con buoni risultati, pure. Francesco non ne è geloso, anzi. Sulla primogenitura però non transige. “Anche se – chiarisce – il mio è un Ansonaco tradizionale, puro, genuino ma moderno. Nulla a che fare con i vini torbidi e quasi arancioni che una volta si bevevano in casa”.
Lui se li ricorda bene: da buon romano, al Giglio ci veniva in vacanza negli anni ‘50. A 21 anni trasloca a Firenze per studio e per amore, anche se la sua passione era fare il muratore: si pagava l’università impermeabilizzando i tetti delle fabbriche. Dopo la laurea, sette anni a insegnare nei licei. Troppo. La carriera termina nel 1985, quando si tramuta in “capomastro rurale” nelle coloniche fiorentine. Poi il lavoro lo riporta al Giglio: trasloco nell’86 e l’anno dopo apertura di un ristorantino a Giglio Castello. L’Arcobalena, lo chiama. Già, perché se la cava benissimo anche coi mestoli. Un successo. L’anno scorso lo sfrattano e lui riapre a poche centinaia di metri.
Nel frattempo, durante i lunghi inverni passati a poetare, filosofare e passeggiare sui tratturi isolani, contemplando il mare e le tenaci viti sopravvissute all’abbandono, scocca l’ultima scintilla. Quella fatale: le vigne. Il destino? Francesco lo commenta così: “Niente si può cambiare / di ciò che è destinato / ma è destinato / che il destino cambi”.
L’AZIENDA. Altura: quattro ettari ad alberello basso e guyot, completamente terrazzati subito prima del faro di Punta Capel Rosso, sul versante sud-ovest dell’Isola, a ridosso del mare, con terreno sabbioso e acido. Circa 8500 ceppi/ha, radici profonde sotto le rocce, rese di 40 q.li. Trattamenti? Nessuno: “Solo letame di vacca quando si può, vinacce proprie e concimazione verde, zappatura manuale sui filari, inerbimento delle terrazze con trifoglio, fiori, erbe selvatiche e parte colture orticole con sfalci periodici”. Zolfo scorrevole qualche volta, fra aprile e giugno.
I VINI.
Sono due. L’Ansonaco “Carfagna”, naturalmente, un Maremma Toscana Igt di colore oro rossiccio, intenso e caldo, caratterizzato da un profumo antico e naturale, che ricorda il sole e la pietra rovente, il frutto maturo, il salmastro. In bocca è pastoso, ricco e denso, molto diretto e godibile, pulito ma capace di conservare un solenne gusto contadino. Dà il meglio se bevuto a temperatura di cantina. Seimila bottiglie in tutto. Poi c’è il Rosso “Saverio”, anch’esso Maremma Igt. Appena millecinquecento pezzi e un uvaggio che è un programma: “Uve miste dell’Isola del Giglio”. I suoi 14 e passa gradi si sentono tutti. Prima nel calore di un bel rubino antico e poi in un profumo che, dopo averti sorpreso con un’inattesa eleganza modaiola, si evolve in rustico con note persistenti di frutti rossi ipermaturi e di macchia isolana, ma senza mai saturare i sensi. In bocca è caldo, piacevole, strutturato e con un tratto alcolico deciso, che non disturba grazie a una consistenza scorrevole e alla mancanza di fastidiose concentrazioni.
I costi? Alti, come del resto lo sono l’esperienza che si fa a berlo e gli sforzi richiesti per produrlo: 30 euro per l’Ansonaco e 35 per il Rosso. I privati possono comprarlo direttamente (0564/806041 oppure altura@arcobalena.net) oppure cercarlo in enoteca (a Roma: Casa Bleve e Settembrini; a Milano: Centro Botanico Naj Oleari e Ricerca).
IL CONCERTO.
Grazie all’amicizia di un gruppetto di straordinari musicisti (Daniela Petracchi al violoncello, Myriam Dal Don e Mauro Tortorelli ai violini, Demetrio Comuzzi e Paola Emanuele alle viole, Riccardo Agosti al violoncello, Maria Grazia Bellocchio al pianoforte, clavicembalo, spinetta) venerdì 29 luglio Altura organizza in vigna, all’ora del tramonto, un concerto di archi, “con la musica che termina quando il sole se ne scende sotto l’orizzonte”. Semplice, informale, altissimo livello artistico e ingresso libero. Motto: vento, sole, cuscino e scarpe comode.

Azienda Agricola Altura,
tel&fax 0564 806041,
email altura@arcobalena.net, località Mulinaccio,
58012 Isola del Giglio (GR).

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