di LUCIANO PIGNATARO
Aglianico del Vulture Riserva 2012 Martino: dall’unica azienda lucana ultracentenaria rimasta in mano alla stessa famiglia, un vino di enorme freschezza, naso profondo, sorso gagliardo e infinito: l’abbinamento migliore con l’oca selvaggia e la lepre.

 

Pochi sanno che Martino di Rionero in Vulture è l’unica azienda lucana che può vantare oltre cento anni di storia con la stessa famiglia. Come spesso accade, le cantine presenti da più tempo in un territorio sono quelle che escono dal raggio visivo dei nuovi appassionati, sempre in cerca di novità e di realtà da poter vantare come propria scoperta. Segno dei tempi in cui il sapere dura appena un giorno, quello dei social, per poi resettarsi il giorno dopo in un eterno blob liquido dove è difficile non restare assorbiti.
Seguo l’azienda dalla metà degli anni ’90, ai tempi delle mie prime visite su questo territorio magico e onirico, da allora non è poi cambiato molto perché, nonostante l’arrivo di nuove realtà dirompenti come Gerardo Giuratrabocchetti ed Elena Fucci, poco o niente è mutato nella percezione di valore di mercato.
Questo è il motivo per cui la Basiicata, un po’ come la Calabria, è ancora oggi un paradiso per gli appassionati che amano girare con un po’ di cultura e tanta curiosità, concludendo ottimi affare perché il rapporto fra qualità e prezzo è ancora tutto giocato a favore della domanda.
Martino, come Paternoster e le prime cantine del Vulture, nasce come vinificatore e fa fortuna proprio negli anni ’20 del secolo scorso durante il periodo della fillossera, quando questo areale con Barile e l’Irpinia con Taurasi diventarono l’unico rubinetto di vino perché non toccati dalla malattia della vite, un po’ grazie all’isolamento, un po’ grazie al suolo vulcanico.
Ma negli anni ’30 la situazione precipitò, per aggravarsi irrimediabilmente negli anni ’40 affrontati inizialmente con la baldanza di chi vince la guerra in pochi giorni per poi lasciare il paese completamente devastato.
Il terzo colpo alla produzione venne dall’emigrazione di massa verso il Nord e all’estero degli anni ’50 e ’60, a causa della quale la produzione di vino perse gran parte del suo peso specifico. Alcuni, come Martino, appunto, proseguirono in questo lavoro e Armando riuscì a creare un vero e proprio borgo con uffici, sala degustazione e capannone di produzione nel cuore di Rionero, migliorato piano piano nel corso degli anni.

I suoi vini mi sono sempre piaciuti molto e sono ulteriormente migliorati quando, alla fine degli anni ’90, come altri vinificatori, iniziò ad acquisire anche dei terreni per lavorare la propria uva. Si tratta di rossi da Aglianico che non conoscono l’ossidazione anche a distanza di decenni, si possono aprire quando e come si vuole e sempre hanno quello scatto iniziale come i grandi grimpeur del passato.
Decido di portare questo giovane 2012, ottima annata regolare, appena poco più di dieci anni, ad una cena davvero speciale, quella in cui fra un gruppo di amici speciali impegnati a cucinare un po’ di caccia, quella vera, portata per l’occasione da Alfonso Iaccarino, appassionato cacciatore.
Il vino arriva dopo lo splendido Gaglioppo di Librandi e il mitico Duca Errico della Salaparuta e subito lascia emergere il carattere ostico e affascinante dell’Aglianico del Vulture: grandissima e irrinunciabile freschezza, ottimo il bilanciamento con il legno, naso profondo di amarena, arancio, cenere, tabacco, carruba, sorso lungo, gagliardo, preciso, pulito, elegante con un finale praticamente infinito che lascia la bocca asciutta e la voglia di ripetere il sorso. Abbinamento migliore con l’oca selvaggia e con la lepre.
E’ una delle tante bevute realizzate con cibi forti e tipici dell’Appennino del Sud che i vini di Martino mi hanno regalato e continuano a regalarmi. Posso anche usare il futuro perché il cambio di testimone è in atto, c’è Carolina, figlia di Armando, carattere determinato, impegnata anche nell’associazionismo del vino, che ci garantisce questo vino per tutto il resto del nostro vivere bevendo.

 

www.martinovini.com

 

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