Una volta il mezzo preferito per intimidire la stampa era la querela. Ma ora il sistema si è fatto furbo e, agendo in sede civile anzichè penale, quando i giornali pubblicano notizie sgradite si chiedono risarcimenti milionari. Un vero e proprio bavaglio indiretto. Dal convegno di Roma sulla libertà d’informazione il segretario della Federazione Franco Siddi lancia un’idea intelligente per arginare il malcostume. Chapeau, Franco.

”Quando ci arriva una querela io stappo una bottiglia, perché oramai non ci querela più nessuno – ha detto ironicamente Milena Gabanelli, deus ex machina di Report, al convegno sulla libertà d’informazione organizzato ieri a Roma dalla Federazione Nazionale della Stampa. “Ci sono solo cause civili di risarcimento: si sta a bagnomaria per anni sottraendo tempo al lavoro, al diritto dei cittadini a essere informati e soldi all’azienda. Se sei un piccolo editore non ce la fai. In 13 anni di vita di Report – ha aggiunto – abbiamo accumulato cause civili insostenibili da un punto di vista fisico. E posso dire con certezza cha la maggior parte di queste sono intimidatorie, non hanno fondamento”. Addio insomma alle vecchie querele, alla difesa dell’onorabilità e alle toghe del solenne processo penale. Se al potentato di turno, pizzicato dalla stampa, salta la mosca al naso, oggi il rimedio che si sceglie è uno solo: bussare a soldi. Tanti soldi. Milioni di euro. Cifre pazzesche, richieste apposta per mettere pressione, intimidire giornalisti e editori, ammorbidire la controparte con la minaccia di un salasso finanziario.
Un malcostume che negli ultimi anni è cresciuto in modo esponenziale per quantità dei casi e per entità dei risarcimenti richiesti, spesso del tutto sproporzionati a presunto danno ricevuto. L’ultimo in ordine di tempo sono i 10 milioni di euro chiesti da Elisabetta Tulliani al Giornale, Libero e Panorama. Ma l’elenco potrebbe essere lunghissimo.
Si tratta di risarcimenti richiesti per fare notizia, creare clamore. E ovviamente per mettere sotto scacco i giornalisti “cattivi”. Una cattiveria tutta da dimostrare, sia chiaro. Perchè poi il risarcimento, ammesso che sia dovuto, arriverà solo a causa conclusa. E non è detto che il giudice liquiderà la somma pretesa dall’attore. Anzi. Ma intanto il procedimento parte. E dura anni: logorante, faticoso, incombente, costoso.
“Chi avanza una richiesta di danni nei confronti di una testata e di un giornalista dovrebbe versare una sorta di cauzione, nella misura anche del 20 per cento della somma richiesta”, ha detto Franco Siddi, segretario generale della Fnsi, a margine del convegno. Anzi, a giudizio di Siddi “le azioni temerarie devono essere fermate, occorrono nuove norme, leggi che prevedano un danno riflesso per chi promuove queste azioni”. Il segretario della Fnsi ha sottolineato inoltre che laddove ci sono direttori, ed anche editori, che in qualche modo tutelano i giornalisti in cause per risarcimento danni che appaiono ‘temerarie’, allora non succede nulla al giornalista stesso, mentre ben diverso e più complicato nel caso di direttori, ed editori, ‘deboli’, il rischio che si corre “è il silenzio, e questo è grave, rappresenta una ferita”. Secondo Siddi “…l’Italia è indietro rispetto ad altri Paesi perché non è riuscita a tutelare le fonti delle notizie” e “intimidire anche in modo pesante attraverso la richiesta di risarcimento, tanto più in una situazione di crisi del settore, finisce con il condizionare la qualità dell’informazione”.
Bravo Franco, un’idea ineccepibile. Che finalmente difende tutti i giornalisti.