Il 21 scorso il giornalista Pierpaolo Faggiano si è suicidato. Non si sa perchè. Ma la Federazione della Stampa ha subito indetto una fiaccolata alla memoria, facendone un martire della professione. Naturalmente senza chiedersi se il carnefice possa essere stato proprio l’immobilismo sindacale.

Era da un po’ che ci pensavo e non la mandavo giù, ma l’amico e collega Fabio Gibellino mi ha battuto sul tempo e, ospitato (qui) da senza www.bavaglio.info, ha lanciato una giusta intemerata contro la pietosa e pelosa strumentalizzazione del caso Faggiano, il quarantunenne collaboratore pugliese della Gazzetta del Mezzogiorno morto suicida il 21 giugno scorso.
Ignote (forse una delusione sentimentale, forse un senso di fallimento) le ragioni del gesto.
Ma chiarissime invece quelle con cui la Federazione della Stampa si è impadronita della vicenda facendo del povero pubblicista un martire e, trasformandolo unilateralmente in un simbolo della causa sindacale (quale?), ha deciso di cavalcare la tigre dell’emotività popolare e professionale dedicandogli, domani sera a Roma, l’immancabile marcia con suggestiva fiaccolata.
Non ho molto più da aggiungere alla nota di Gibellino, che solleva questioni ineccepibili sulla prontezza opportunistica con la quale il sindacato – cronicamente immobile su mille punti dolenti – sale al traino della tragedia di un singolo, strumentalizzandola. “Nemmeno un senso di colpa”, chiosa Fabio. E ha ragione. Nemmeno un minimo di pudore, rincaro. Tutti in piazza a elemosinare visibilità e a vendere demagogia.
La stessa sconcertante mancanza di senso di colpa e di pudore sulle omissioni, i ritardi, le amnesie, l’incapacità di comprendere la natura dei fenomeni che da vent’anni buoni affondano il giornalismo italiano colti in una riunione sindacale a cui ho partecipato ieri e di cui riferisco altrove (qui).
Condoglianze ai familiari del povero Faggiano, dunque. Con la speranza che, sentendo lo scalpiccio delle suole dei sindacalisti, non abbia voglia di rigirarsi nella tomba.